Allevamenti

mucche allevamento

@josepijosep/123rf

Gli allevamenti intensivi non sono soltanto una delle principali fonti di sofferenza per gli animali. Hanno un impatto deleterio sull’ambiente e stanno contribuendo in maniera significativa alla crisi climatica. In questa ricca sezione, costantemente aggiornata, troverete news e approfondimenti sul mondo degli allevamenti: dai casi maltrattamenti su mucche, maiali, polli e altre specie all’inquinamento provocato dalle attività in questi stabilimenti, passando per le malattie zoonotiche, come l’influenza aviaria e quella suina (che mettono a rischio anche la salute umana).

L’utopia del benessere animale negli allevamenti intensivi

Ogni anno vengono allevati circa 70 miliardi di animali nel mondo: e due su tre sono allevati a livello intensivo intensivamente, in spazi molto ristretti e trattati come come macchine da produzione invece che da esseri senzienti.

In troppi casi in questi luoghi la tutela del benessere animale resta un’utopia. Ciò che accade in alcuni stabilimenti (compresi quelli italiani) è a dir poco raccapricciante: numerose inchieste, condotte da organizzazioni animaliste come Animal Equality ed Essere Animali, documentano costantemente tutta la crudeltà a cui sono sottoposti maiali, polli, mucche e altre specie.

Nonostante le leggi relative alla tutela del benessere animale, in diversi allevamenti europei suini e polli vengono presi a calci, a bastonate e uccisi senza essere prima storditi. Una sorte simile tocca anche a mucche (specialmente quelle sfruttate per la produzione di latte) e vitelli, rinchiusi in anguste gabbie, sottoposti a stress e lasciati in mezzo al letame, come confermano le diverse indagini sotto copertura riportate sul nostro sito.

Inoltre, troverete approfondimenti sui passi compiuti dall’Unione europea e dalle altre nazioni a favore della tutela del benessere animale (a partire dall’eliminazione delle gabbie e dalle norme che regolano il trasporto di animali vivi).

L’impatto nefasto degli allevamenti sul clima

Continuare a sostenere il sistema degli allevamenti intensivi significa far del male all’ambiente. Come emerso da un recente report realizzato da Greenpeace, le emissioni di gas serra degli allevamenti intensivi rappresentano il 17% delle emissioni totali dell’Unione europea, ovvero più di quelle di tutte le automobili e i camion in circolazione messi insieme. I numeri sono allarmanti: la zootecnia dell’Europa emette l’equivalente di 502 milioni di tonnellate di CO2 l’anno.

20 aziende che producono carne e latticini generano più gas serra di Paesi industrializzati come Francia e Germania, come svelato da un recente report. Una riduzione del 50% degli allevamenti consentirebbe un risparmio di emissioni dirette di 250,8 milioni di tonnellate di CO2, una cifra paragonabile alle emissioni annuali di Paesi Bassi e Ungheria. Si tratta di  un dato che non possiamo più ignorare se vogliamo davvero combattere la crisi climatica.

Inoltre, la realizzazione di allevamenti intensivi sta contribuendo paurosamente alla deforestazione in Amazzonia. Oltre il 90% degli incendi in quest’area del mondo è appiccato illegalmente da allevatori e agricoltori per ricavare terreni da destinare all’allevamento di bovini da carne e per piantagioni di soia (usata come mangime per gli animali negli allevamenti intensivi di tutto il mondo.)

In questa sezione troverete, quindi, una serie di studi e approfondimenti sullo stretto legame che esiste tra allevamenti intensivi, inquinamento ambientale e deforestazione.

Ridurre gli allevamenti per prevenire future pandemie

Ripensare il sistema alimentare riducendo il numero di allevamenti intensivi non è necessario soltanto per tutelare il benessere animale, combattere la crisi climatica e la piaga della deforestazione.

Ridurre gli allevamenti potrebbe aiutarci anche proteggere la nostra salute, come ribadiamo negli articoli di questa sezione (in cui riportiamo studi condotti da esperti del settore e le campagne portate avanti dalle organizzazioni ambientaliste e animaliste).

Le malattie originate da questi stabilimenti costituiscono, infatti, una minaccia quotidiana alla salute pubblica. Basti pensare ai casi di influenza aviaria o di peste suina africana, che – come abbiamo visto – si diffondono a macchia d’olio, portando le autorità nazionali e regionali a intervenire con piani per contenere i virus (che prevedono automaticamente l’abbattimento di tutti gli esemplari negli stabilimenti dove scoppia un focolaio).

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