Quella coda di cavallo diventata il simbolo della protesta in Iran è costata la vita a Hadis Najafi

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Quante volte lo facciamo noi, in quest’altra parte del mondo, sfilare con le mani, una dopo l’altra, i nostri capelli lunghi e fermarli con un elastico. Aria fresca, libertà, leggerezza, le sensazioni che sono dietro alla cosa più semplice che possiamo fare: la coda di cavallo. E sensazioni che loro, le donne iraniane e tutte le donne soggette a “leggi religiose”, non possono provare. Pena la morte.

Libera Terra

Da giorni le donne scendono nelle piazze dell’Iran per dire basta al regime dittatoriale, tagliando i loro capelli e bruciando i veli islamici. Ma la lotta è dura e, dopo Mahsa Amini, la polizia morale uccide anche Hadis Najafi, ragazza diventata simbolo delle proteste.

Cosa c’è di più naturale che alzarsi in capelli e raccoglierli su, arrotolare con le dita 10, 100, 1000 volte al giorno le nostre ciocche ribelli, formare una coda, lasciare le nostre spalle leggere, quasi a significare libertà. Libertà che diamo per scontato, movimenti usuali che per noi hanno il valore di niente.

Eppure c’è una parte del mondo in cui quei movimenti costano caro. Lei aveva vent’anni, i capelli legati in una coda per protestare e, soprattutto, non aveva il velo. Un gesto non banale, in Iran, dove indossare il hijab nei luoghi pubblici è obbligatorio. Così, Hadis Najafi, aveva deciso di compiere quei pochi semplici movimenti davanti a un telefonino. Gesti che, sapeva, l’avrebbero portata alla morte.

Tanto è bastato, infatti, alla “polizia religiosa iraniana”, che ha assestato alla giovane sei pallottole di strada a Karaj, non lontano da Teheran, dove si era unita alle proteste che stanno scuotendo il Paese, forse le più partecipate degli ultimi anni.

Un gesto naturale, quello di raccogliersi i capelli in un elastico, che però, qui, ha il sapore di rivoluzione e di ribellione. Perché non è così scontato come sembra in un posto dove la “polizia religiosa”, la Gasht-e Ershad, è nota soprattutto perché interviene in luoghi pubblici relativi al “decoro”, in particolare proprio all’abbigliamento delle donne.

Le rivolte, qui, sono state innescate il 16 settembre dalla morte della curda 22enne, Mahsa Amini, che era stata arrestata dalla “polizia morale” per aver indossato l’hijab in modo “improprio”.

Le immagini che si sono susseguite in questi giorni in seguito al funerale di questa ragazza sono commoventi ed emozionanti: ragazze che si tagliano i capelli davanti allo specchio, una madre che si toglie il velo in strada con aria di sfida accanto alle giovani figlie, donne che consegnano i loro hijab alle fiamme al centro delle piazze, migliaia di persone che scendono in strada sfidando percosse, gas lacrimogeni e persino proiettili.

Un rigido codice di comportamento che limita libertà e diritti, quello imposto in Iran, che – nel silenzio generale – sta mietendo vittime ogni giorno. Non solo Mahsa e Hadis, ma anche Farijad, Hananeh e altre.

La televisione di stato iraniana parla di poche vittime delle proteste, ma in realtà sono almeno 50 le persone rimaste uccise nella repressione delle proteste in Iran. Lo ha reso noto l’ong Iran Human Rights (IHR) che ha sede ad Oslo. Diversi video pubblicati sui social media mostrano le forze di sicurezza che mirano direttamente ai manifestanti con fucili spianati.

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Giornalista pubblicista, laurea con lode in Scienze Politiche, un master in Responsabilità ed etica di impresa e uno in Editing. Scrive per greenMe dal 2009. È volontaria Nati per Leggere in Campania.

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