Shein paga 4 centesimi a capo gli operai (con turni estenuanti) ma apre un canale di vendite di seconda mano, greenwashing in vista?

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Shein, l’antonomasia dell’ultra fast fashion, apre un canale di vendite di seconda mano. Il colosso, accusato di sfruttamento dei lavoratori, sembra volersi “riscattare” proponendo un second hand che però odora di greenwashing

Libera Terra

Shein, sì proprio l’azienda che paga 4 centesimi a capo gli operari (costretti a cucire per 18 ore al giorno), apre un canale di vendita di seconda mano. L’ultra fast fashion “diventa slow” o si copre di greenwashing?

Non sappiamo ancora molto sul canale, per ora solo per il pubblico americano, che dallo scorso lunedì ha la possibilità di acquistare e vendere capi usati direttamente attraverso app, ma l’annuncio, che è stato dato dalla rivista di moda Business of Fashion (BoF), sorprende davvero tutti e molto.

Il colosso cinese non è infatti noto per le sue politiche ambientali e sociali. Una recente inchiesta shock, realizzata dalla rete televisiva britannica Channel 4, ha svelato che i turni di lavoro degli operati sono a dir poco estenuanti, di 18 ore per realizzare almeno 500 capi d’abbigliamento al giorno (e questa è solo l’ultima prova di condizioni sociali che con la sostenibilità non hanno davvero nulla a che fare).

Leggi anche: I tuoi capi su Shein sono pagati 4 centesimi l’uno a operai costretti a cucire per 18 ore al giorno

Shein si è davvero “pentita”? Farà ora dei contratti regolari e sarà attenta all’ambiente? Naturalmente questa è la speranza ma i dubbi sono molti. Le polemiche e la pubblicazione di queste indagini – immaginiamo – non hanno fatto bene all’immagine del colosso cinese e in generale al modello di business veloce e a basso costo, che con la moda sostenibile non ha davvero nulla in comune.

Inoltre il mercato dell’usato è in crescita. Secondo un’analisi condotta lo scorso maggio dalla stessa rivista, circa 100 marchi e rivenditori hanno lanciato i propri canali di rivendita negli ultimi due anni. Un mercato che probabilmente nemmeno Shein vuole farsi sfuggire.

E non solo, perché esistono comunque anche realtà di scambi merce di seconda mano che non fanno capo ad alcuna impresa in particolare.

Ci sono così tante piattaforme … che è già una competizione di per sé – commenta su questo Jessica Ramirez, analista di ricerca senior presso Jane Hali & Associates – quindi anche i marchi che entrano nel mercato e lo fanno di loro sono in competizione

Secondo BoF grandi marchi come Shein non avranno a breve un grande rientro, ma questa strategia offre un motivo convincente per far tornare i clienti, potenzialmente aprendo più nuovi punti di contatto con i consumatori e creando coinvolgimento.

E magari in questo modo cerca anche di ricostruirsi un’immagine duramente colpita da accuse davvero infamanti.

Shein è stata molto attaccata per non essere un marchio sostenibile – spiega Ramirez- É stata al microscopio per un po’ di tempo, quindi questo è anche un modo per reagire

Naturalmente ci auguriamo che queste mosse possano anche essere da motore per una vera svolta di cambiamento, fosse anche solo per l’immagine.

Staremo a vedere.

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Fonte: Business of Fashion

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Roberta De Carolis ha una laurea e un dottorato in Chimica, e ha conseguito un Master in comunicazione scientifica. Giornalista pubblicista, scrive per GreenMe dal 2010.

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