ll pon pon del tuo cappello alla moda potrebbe essere macchiato di sangue, come riconoscere quelli cruelty-free

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Anche i pon pon dei cappelli invernali spesso sono realizzati con pellicce di animali. Ecco i trucchi per riconoscere quelli cruelty-free

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Con l’arrivo del freddo sono tornati di moda i cappelli con i pon pon, soprattutto nei negozi di abbigliamento e accessori per donne e bambini. Non tutti sanno, però, che spesso vengono realizzati col sangue. Ebbene sì, milioni di animali vengono sterminati per essere trasformati in colletti, cappotti, pon pon per cappelli e altri accessori. Tra le principali fashion victims dell’industria delle pellicce troviamo volpi e visoni. Negli allevamenti, ancora attivi anche in Italia, gli animali sono stipati in piccole gabbie, dove riescono a malapena a girarsi. Spesso si feriscono da soli, diventano molto aggressivi e non sono affatto rari i casi di autolesionismo e cannibalismo tra gli esemplari. 

La loro triste esistenza si conclude in maniera atroce: visoni, volpi, procioni e altri animali vengono uccisi a bastonata, in camere a gas o con scariche elettrice e talvolta anche scuoiati vivi. Per non diventare complici di quest’orrore è fondamentale imparare a leggere le etichette di abiti e accessori e distinguere una pelliccia vera da una finta.

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Come distinguere i pon pon di pelliccia vera da quelli di pelliccia finta 

È bene chiarire innanzitutto che l’Unione Europea ha stabilito che vestiti e accessori fatti di pelliccia vera debbano riportare l’etichetta in cui si specifica che contengono “parti non tessili di origine animale”. Purtroppo, però, le violazioni sono frequenti e bisogna prestare attenzione soprattutto ai prodotti realizzati in Paesi che non appartengono all’Ue. Se avete il sospetto che i pon pon di un cappello o di un capo d’abbigliamento possano essere fatti di pelliccia vera, potete ricorrere ad una serie di trucchetti.

Test 1: controllare la base della pelliccia

Il primo test da effettuare consiste nel premere e dividere la pelliccia in due parti. La pelliccia vera è attaccata alla pelle dell’animale, mentre quella finta è attaccata su un una base in tessuto.

Test 2: controllare le punte dei peli 

Un altro metodo per capire se la pelliccia in questione è vera o finta è osservare le punte dei peli: se si assottigliano e sono appuntite, si tratta di una pelliccia vera, mentre se sono spuntati si tratta di una pelliccia finta. Infatti, nella pelliccia sintetica i peli risultano spuntati dove sono stati tagliati durante la fase di produzione e quindi hanno un diametro costante. Se, invece, la pelliccia animale non è stata divisa o tagliata in lunghezze uniformi, le punte dei peli più lunghi terminano con una forma conica e sono di lunghezze diverse. Al contrario quelle sintetiche,  tendono ad essere più uniformi.

Per essere sicuri, vi consigliamo di esaminare la pelliccia con una lente d’ingrandimento e appoggiare i peli su una superficie bianca.  

Test 3: prova del fuoco

Infine, potete ricorrere alla cosiddetta prova del fuoco. Per ricorrere a questo test basta strappare un pelo e bruciarlo con un fiammifero o un accendino (tenendolo con una pinzetta o su una superficie non infiammabile). Se il pelo in questione si scioglie trasformandosi in palline di plastica, si tratta di un chiaro segnale che indica che la pelliccia non è di origine animale. Se, invece, inizia a bruciare emettendo un odore forte (simile a quello di capelli o peli umani bruciati) significa che siamo di fronte ad una pelliccia vera. 

L’importanza degli acquisti consapevoli

In ogni caso, prima di acquistare un capo d’abbigliamento o un accessorio di un determinato marchio, sarebbe sempre meglio documentarsi sull’etica dell’azienda e comprare solo prodotti di brand cruelty-free. Negli ultimi anni si è allungata la lista dei grandi marchi che hanno deciso di dire addio alle pellicce, tra cui Armani (che recentemente ha annunciato che non utilizzerà più neanche la lana d’Angora) e Gucci, ma sono ancora troppe le case di moda che continuano a fare profitti sterminando animali.

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Fonti: PETA/LAV

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Laureata in Media, comunicazione digitale e giornalismo all'Università La Sapienza, ha collaborato con Le guide di Repubblica e con alcune testate siciliane. Appassionata da sempre al mondo del benessere e del bio, dal 2020 scrive per GreenMe

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