8 marzo e i diritti calpestati: le donne ucraine sono solo le ultime a subire una guerra

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Nella Giornata internazionale dei diritti della donna il nostro pensiero va inevitabilmente a quante in questo momento stanno lottando per un briciolo di pace

Molte di loro salutano compagni e mariti alla frontiera, cappelli di lana e in braccio un bambino. A piedi o in auto o in piccoli minivan, buste e peluche a seguito, il loro disperato tentativo oggi è lasciare la guerra. Molte altre scelgono di rimanere e resistere. E di difendere la patria.

Fanno quel che possono: accudiscono bambini malati o rimasti soli, si aiutano tra loro, curano i feriti, cuciono divise, cucinano. E se c’è da afferrare un’arma lo fanno. Chi l’ha detto che è il sesso debole?

La vita delle donne ucraine si è fermata un paio di settimane fa. Giusto il tempo, forse, di ripetere lo stesso saluto prima di superare quei confini ancora e ancora, alla ricerca di una fortuna che il loro Paese, sull’orlo (o nel pieno) di un conflitto geopolitico da sempre, non ha saputo dare loro. Quelle che fuggono, ora, non voltano le spalle. Compiono soltanto il gesto estremo della separazione dalla loro terra compiuto già chissà quante volte. E noi nemmeno ce ne eravamo accorti.

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Ora, in più, c’è lo spavento e il terrore e quasi la certezza dolorosa che nulla più sarà come prima.

La solidarietà è donna

Aiutano e si fanno in quattro. Chi può, dona il sangue ai soldati feriti e ai civili colpiti dagli attacchi russi. Ago e filo e cuciono divise mimetiche e cucinano mattina e sera e dove possono dei pasti caldi da dare all’esercito di Kiev o ai civili di Mariupol.

Hanno deciso di non partire per difendere l’Ucraina e quella flebile idea di Europa, mentre al di là del confine ci sono le altre donne, quelle della Polonia, che lasciano una lunga fila di passeggini con coperte per neonati su un binario di una stazione.

Il motivo? Aiutare le mamme ucraine in fuga con bambini.

Il coraggio è donna

Sono tantissime, si stima circa il 15%, le donne che hanno scelto di non scappare e di imbracciare un’arma.

AP Press, per esempio, racconta di Valentyna Pushych soprannominata da tutti “Romashka”, che significa “margherita”. Lavorava in un’azienda di trasporti e logistica E nel 2016 aveva deciso di arruolarsi nell’esercito come paramedico. È stata uccisa sabato dalle forze russe mentre cercava di evacuare i feriti dalla periferia di Kiev. Romashka è stata sepolta sotto una coltre di rose rosse e la sua tomba è stata ricoperta dalla bandiera gialla e blu dell’Ucraina.

E poi ci sono queste, che si raggruppano e urlano con forza: “Siamo donne ucraine e abbiamo scelto di unirci ai nostri uomini e all’esercito ucraino”

La violenza è sulla donna

Ci risiamo. Ogni volta che c’è una guerra, c’è il meschino “gioco” degli “stupri di guerra”. Una sorta di sberleffo che non fa per niente ridere

Abbiamo registrato che ci sono tante ragazze e tante donne che camminano da sole, in fuga da sole dall’Ucraina. Queste sono le prime vittime: ci arrivano notizie di violenze di ogni genere, anche di violenze sessuali. Bisogna proteggerle, grazie anche alle nostre strutture messe in piedi con l’Unhcr, e dare assistenza lungo tutto il percorso, ed è quello che stiamo cercando di fare, dice il portavoce dell’Unicef Andrea Iacomini a Sky Tg24.

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La fuga è donna (e il volto di un bambino)

Non solo donne, la fuga dalla guerra coinvolge – com’è ovvio – le fasce più deboli, senza risparmiare più piccoli. In queste ore siamo arrivati a un milione e mezzo di profughi dall’Ucraina e circa la metà di questi, 700-800 mila, sono bambini e bambine.

Nessuno dovrebbe mai vivere tutto questo. Mai. Eppure le donne ucraine sono solo le ultime di una lunga scia di guerre e violenze e costrizioni anche in altre parti del mondo e troppo spesso passate inosservate.

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Giornalista pubblicista, laurea con lode in Scienze Politiche, un master in Responsabilità ed etica di impresa e uno in Editing. Scrive per greenMe dal 2009. È volontaria Nati per Leggere in Campania.

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