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Pikenani, i leader indigeni Waorani dell’Ecuador che lottano contro i petrolieri dell’Amazzonia

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L’Ecuador è la terra ancestrale del gruppo indigeno Waorani, che ormai da decenni lotta per proteggere la regione amazzonica del paese sudamericano da un’annunciata crisi ecologica e umanitaria.

Nenkihui Bay, anziano leader del gruppo indigeno ecuadoriano Waorani, era un Pikenani. Morto nel maggio 2020 quando il Covid-19 ha colpito il Bataboro, ha lasciato un profondo vuoto, difficile da colmare. Arrestato nel 2015 prima di scontare la pena in carcere, è stato uno dei maggiori difensori dei diritti dei Waorani di fronte alle numerose ingiustizie perpetrate dall’industria petrolifera, foraggiata e appoggiata anche sul piano legislativo dal governo centrale.

Nella cultura Waorani, i Pikenani sono figure estremamente autorevoli a livello locale. Non solo ricoprono il tradizionale ruolo di veri e propri guardiani del territorio, fieri di difenderlo da eventuali minacce esterne, ma sono anche saggi insegnanti. Sono in grado di trasmettere preziose conoscenze tradizionali relative alla conservazione e alla protezione dell’ambiente, norme culturali comunitarie, miti e forme di spiritualità eco-centriche, oltre ai necessari strumenti e mezzi di sussistenza.

Per mantenere viva la memoria del nonno, Juan Bay, nipote di Nenkihui Bay, ha tradotto dalla lingua locale wao tededo allo spagnolo una serie di esemplari storie e vicende legate ai maggiori leader ed esponenti dell’inarrestabile popolo Waorani, che ancora oggi non intende soccombere di fronte all’usurpazione delle proprie terre ancestrali da parte di attori economici esterni, estranei alla comunità e ai suoi peculiari ritmi di vita. (Vittoria storica per gli indigeni Waorani in Ecuador: il governo dovrà aiutarli a contrastare il coronavirus)

Minacce esistenziali

Senza dubbio, l’Alta Amazzonia è un tesoro inestimabile, un patrimonio ambientale di rilevanza globale che svolge funzioni ecosistemiche cruciali per il benessere ecologico del nostro pianeta e per la stabilità dell’atmosfera terrestre.

A partire dagli anni ’50 e ’60 del secolo scorso, quel paradiso naturale ha attratto opere missionarie e lavoratori impiegati nell’estrazione petrolifera, i quali sono progressivamente entrati in contatto con i Waorani che abitano la foresta pluviale. Da quel momento è iniziata una lunga fase storica, caratterizzata da sfruttamento petrolifero, delocalizzazioni forzate e subdole forme di colonizzazione culturale. Oggi, ad abitare il territorio amazzonico della parte nordorientale dell’Ecuador sono rimasti solo 2.000 indigeni Waorani e alcune tribù del gruppo vivono in isolamento volontario in una zona off limits.

La difesa del territorio

Purtroppo, l’attuale degrado ecologico sta accelerando il processo di distruzione dell’Amazzonia ecuadoriana e a farne le spese sono soprattutto le comunità indigene, che non hanno tratto benefici economici dai progetti petroliferi della zona. Coloro che hanno iniziato a lavorare, in condizioni di assoluta precarietà, per le compagnie petrolifere sono sottopagati e sfruttati. Gli altri vivono allo stremo e hanno scarso accesso a servizi essenziali quali acqua potabile, istruzione e assistenza sanitaria.

Per i Waorani, ancora oggi le minacce esistenziali più gravi sono: l’espansione del perimetro di estrazione petrolifera all’interno della regione; il disboscamento illegale e la presenza di nuovi insediamenti; le tensioni interetniche; e — ad aggravare il quadro — la recente pandemia di COVID-19.

Nemonte Nenquimo, attivista Waorani di 34 anni, è stata inclusa dal Time tra le 100 persone più influenti del 2020 per la sua abilità di leadership in un caso giudiziario contro il governo dell’Ecuador, che ha portato ad una sentenza storica in materia di protezione del territorio ancestrale dei Waorani nell’area amazzonica dell’Ecuador.

Leggi anche: Nemonte Nenquimo, la leader indigena che lotta per salvare l’Amazzonia è tra le 100 persone più influenti del 2020

Anche gli altri nativi, come succede già da migliaia di anni, non hanno mai smesso di difendere la loro foresta pluviale, elemento-simbolo della loro stessa sopravvivenza. Difatti, i Waorani sono ben conosciuti per le loro recenti campagne di resistenza contro alcuni progetti di estrazione petrolifera promossi dalle autorità statali. Il loro timore è che se le foreste scomparissero, con esse verrebbe spazzata via anche la cultura indigena, con conseguenze devastanti per l’esistenza stessa delle tribù locali. 

La riserva protetta non basta più

Oggi gran parte del territorio dei Waorani è legalmente protetto; tecnicamente, esso ricomprende sia il territorio indigeno, sia il territorio appartenente al Parco nazionale Yasuní. Tuttavia, la presenza dell’industria petrolifera è così rilevante, imponente e massiccia che alcuni indigeni identificano l’ubicazione dei propri insediamenti con il numero del blocco di trivellazione petrolifera e con il nome della compagnia petrolifera che controlla la foresta pluviale che circonda il proprio villaggio.

Inoltre, mentre in passato erano i Pikenani a decidere chi autorizzare all’ingresso nel territorio, oggi sono le compagnie petrolifere a gestire una buona parte del medesimo territorio attraverso posti di blocco collocati lungo le strade di collegamento. Di fatto, la mobilità delle comunità Waorani è stata fortemente limitata, cioè ridotta all’angusta superficie del blocco petrolifero di pertinenza.

La situazione è tuttora fuori controllo. Perdere gran parte del proprio territorio ancestrale senza alcuna valida giustificazione e senza un’appropriata forma di compensazione economica ha portato i Waorani ad alzare sempre di più la voce e a seguire con ancora più convinzione l’esempio dell’anziano leader Nenkihui Bay e della giovane leader Nemonte Nenquimo.

Fonti: Mongabay/Amazon Frontlines

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Donatella Vincenti. Laureata in Lingue e Scienze Politiche, nel 2017 ha conseguito un dottorato alla Luiss sulla transizione ecologica nel mondo arabo-islamico. Nel 2015 ha curato la rubrica "Green Islam" per la webradio Radio Bullets.
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