Monsanto: gostwriter pagati per stabilire la non cancerogenicità del glifosato su report scientifici

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Ancora bufera sulla Monsanto, l’azienda che produce il Roundup, il pesticida più utilizzando al mondo. Dietro numerose pubblicazioni scientifiche in cui si afferma la non cancerogenicità del glifosato, ci sarebbero dei gostwriter pagati dalla multinazionale.

In attesa di conoscere il verdetto della Commissione europea che avrebbe dovuto decidere sul rinnovo o meno, per altri dieci e il cui voto è slittato al 23 ottobre, la Monsanto continua ad essere nell’occhio del ciclone e, dopo la notizia che il report dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) sulla non cancerogenicità del pesticida, è stato redatto copiando e incollando parti di un dossier dell’azienda, adesso si parla addirittura di persone pagate per scrivere su riviste scientifiche.

Secondo alcune mail che sarebbero dovute rimanere interne e private, dietro alcune pubblicazioni scientifiche ‘indipendenti’ ci sarebbero gostwriter pagati profumatamente per affermare che il glifosato non è cancerogeno. Le mail pubblicate online dimostrano che le recensioni altro non erano che report pilotati.

In pratica, dai documenti trapela chiaramente che si chiedeva di mentire e tutto ciò succedeva dopo che, nel marzo del 2015, lo Iarc aveva definito il glifosato come potenzialmente cancerogeno per gli esseri umani e cancerogeno per gli animali.

Ma in soccorso della Monsanto, era arrivata l’ Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) che aveva stabilito che ‘è improbabile’ che ci sia un legame tra glifosato e cancro.

glifosato cover coalizione

Nel frattempo, in Italia, i dati ISPRA sul monitoraggio delle acque confermano la sua presenza sia nelle acque superficiali che in quelle sotterranee in percentuali che spesso superano i limiti consentiti, mentre nel suo parere l’ECHA, l’Agenzia europea per le sostanze chimiche che comunque ha dato il via libera al glifosato, ha riconosciuto che provoca seri “danni agli occhi” ed è “tossico con effetti duraturi sulla vita in ambienti acquatici”.

In base a questo parere, in realtà l’erbicida risulterebbe incompatibile con gli obiettivi della Direttiva UE sull’uso sostenibile dei fitofarmaci e del relativo Piano di Azione Nazionale adottato dal nostro Paese, quanto meno rispetto alla tutela delle acque e degli ecosistemi acquatici.

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Adesso le cose si complicano sempre più, ma ancora non è arrivata la risposta della Monsanto che ha 30 giorni di tempo per fornire le prove che smentiscano ciò che c’è scritto nelle mail. La documentazione dovrà essere presentata davanti al giudice distrettuale di San Francisco. Vedremo se anche stavolta l’azienda la passerà liscia.

Per visualizzare le mail clicca qui

Dominella Trunfio

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Giornalista professionista, laureata in Scienze Politiche con master in Comunicazione politica, per Greenme si occupa principalmente di tematiche sociali e diritti degli animali.
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