Da dove viene il latte che troviamo nei prodotti caseari? E il grano della pasta? L’Unione europea stabilisce che l’origine dell’ingrediente principale degli alimenti dovrà essere indicata in etichetta, ma la decisione non mette d’accordo tutti, ecco perché.

I Paesi membri della Ue, inclusa l’Italia (Germania e Lussemburgo si sono astenuti) hanno approvato il regolamento esecutivo UE 1169/11  che si applicherà da aprile 2020 e che specificano ciò che i produttori devono indicare in etichetta. In pratica, troveremo le informazioni sull’origine quando il luogo di provenienza dell’alimento è indicato – o anche semplicemente evocato – e non è lo stesso di quello del suo ingrediente primario. 

Per dirla in parole semplici: nella pasta lavorata in Italia si dovrà indicare l’origine del grano, se questo proviene da altro Paese o su un prodotto caseario si dovrà specificare se la materia prima proviene dalla Francia o dalla Germania, tanto per fare un esempio.

Il problema, sollevato dalla Coldiretti, è che tutte queste norme non si applicheranno ai prodotti Dop, Igp e Stg, né a quelli a marchio registrato che a parole o con segnali grafici, indicano già di per sé la provenienza del prodotto. Il rischio è che così facendo, le aziende che spacciano il falso cibo italiano, continueranno a commercializzare indisturbate perché magari hanno un marchio registrato che richiama all’Italia, anche se poi italiano non è. Il regolamento Ue lascia poi molta flessibilità sulla portata geografica del riferimento all’origine (da Ue/non Ue, fino all’indicazione del Paese o della regione).

etichette obbligo

Per questo, la Coldiretti parla di un’occasione mancata per combattere il fake a tavola ‘con una etichetta trasparente che indichi obbligatoriamente l’origine degli ingredienti impiegati in tutti gli alimenti come chiede la stragrande maggioranza dei cittadini europei e l’82% degli italiani, secondo la consultazione on line del Ministero delle Politiche Agricole’.

“Pronunciandosi a favore dell’etichettatura di origine rimessa, di fatto, all’arbitraria decisione degli operatori alimentari, ancora una volta la Commissione ha scelto un compromesso al ribasso che favorisce gli inganni e impedisce scelte di acquisto consapevoli per i consumatori europei. In sostanza, la scelta volontaria di etichettatura lascia spazio a margini di incertezza interpretativa costituendo l’occasione per promuovere molteplici contenziosi e ridurre le aspettative di trasparenza dei consumatori”, spiega la Coldiretti in una nota stampa. 

Come sappiamo, l’Italia ha una legislazione nazionale all’avanguardia sul tema che prevede l’obbligo di indicare l’origine in etichetta dei derivati del latte, del grano nella pasta, riso e nei derivati pomodoro, a cui si aggiungono quelle europee, dove il percorso di trasparenza è iniziato dalla carne bovina dopo l’emergenza mucca pazza nel 2002.

Ancora dal 2003 c’è d’obbligo indicare varietà, qualità e provenienza nell’ortofrutta fresca, dal primo gennaio 2004 c’è il codice di identificazione per le uova e, a partire dal primo agosto 2004, l’obbligo di indicare in etichetta il Paese di origine in cui il miele è stato raccolto. Per questo secondo l’associazione, questo regolamento segna di fatto un passo indietro.

Nei due anni che mancano all’entrata in vigore del nuovo regolamento comunitario la Coldiretti si impegna a dare battaglia con l’avvio di una mobilitazione popolare nei confronti dell’Unione Europea per fermare il cibo falso e proteggere la salute, tutelare l’economia, bloccare le speculazioni e difendere l’agricoltura italiana. La raccolta di firme #stopcibofalso è stata avviata da Coldiretti e Fondazione Campagna Amica in ogni farmers’ market d’Italia.

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