Al via la COP27, ma questo summit sul clima è (ancora più degli altri) un fallimento annunciato

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Clima e ambiente e per di più con una guerra sulla sfondo. Semmai avessimo potuto cavare un ragno da un buco da un summit di questa portata, probabilmente nemmeno questa è la volta buona. Il motivo? Partiamo male, molto male. Perché ad ospitare la COP27 non è la solita democrazia liberale

Niente Presidente Putin dalla Russia, niente Xi Jinping dalla Cina e nemmeno il Primo ministro dell’India, Narendra Modi (guarda caso i Paesi con i target meno ambiziosi per le emissioni nette zero, fissate al 2060 per Russia e Cina e al 2070 per l’India). Di contro, ritorna il Brasile dopo il black out di Bolsonaro. Ma, su tutti, pende la spada di Damocle di un Paese ospitante, l’Egitto, non esattamente al passo con le esigenze della comunità globale.

Ecco la COP27, signori, verso la quale è volata in queste ore la nostra Meloni e che – nemmeno quest’anno – promette nulla di buono, complice una guerra in mezzo all’Europa che fa scacco matto alla volontà (semmai ci fosse stata) dei Paesi di affrontare la crisi climatica come una priorità comune globale.

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Perché il punto di partenza era forte e chiaro già all’inizio dell’anno, quando l’ultimo rapporto IPCC aveva giudicato inadeguati gli impegni sottoscritti alla COP26 di Glasgow per contrastare il riscaldamento globale. Alla luce le strategie approvate dai Governi, infatti, secondo l’IPCC l’aumento delle temperature da qui alla fine del secolo sarà superiore agli 1.5°C (ritenuto la soglia di sicurezza al di sotto della quale è possibile contenere e gestire gli effetti dei cambiamenti climatici). Secondo il report ONU, l’aumento sarebbe addirittura di 2.5°C.

Un fallimento fu la COP26, insomma, anche quanto gli accordi cosiddetti “settoriali”, quelli riguardanti aspetti specifici della lotta ai cambiamenti climatici e discussi tra gruppi di Paesi. Ne è un esempio l’intesa sull’utilizzo dei combustibili fossili che prevede una progressiva riduzione del carbone come fonte energetica e non una sua eliminazione (“phase down” invece che “phase out”).

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L&D, ovvero come (non) finanziare i poveri e soprattutto quando

Altro obiettivo della COP27 sarà quello di rispondere ai bisogni delle comunità che già oggi subiscono impatti gravi in termini di finanziamenti per interventi di mitigazione e di adattamento, ma anche in termini di perdite e danni causati dai cambiamenti climatici.

Si tratta di quello di cui sentiremo parlare in questi giorni, ossia quello che sarebbe il tema centrale legato ai danni causati dai cambiamenti climatici, il “Loss and Damage”, o L&D, che racchiude gli impatti economici su infrastrutture, produzione agricola, attività commerciali e del settore terziario e le perdite legate e biodiversità, ecosistemi, patrimonio culturale e salute individuale.

La COP27, quindi, riuscirà a trovare un punto, visto che già dalla COP26 ci si attendeva una svolta per la creazione di un fondo per compensare le nazioni più povere e vulnerabili ai danni climatici provocati dai Paesi più ricchi e nulla è stato fatto?

Lo scenario egiziano

In aggiunta a un clima di eterna incertezza, il Governo ospitante, diciamoci la verità, non è esattamente una democrazia dalle solide e robuste basi.

È uno dei regimi più repressivi nella storia dell’Egitto, afferma Mohammed Rafi Arefin, professore associato di geografia all’Università della British Columbia.

Un Governo con a capo un generale – Abdel Fattah al Sisi – che quasi 10 anni ha preso il potere con un colpo di stato militare e che lo ha mantenuto con elezioni farsa e che, stando alle organizzazioni per i diritti umani, tiene in piedi uno dei regimi più più brutali e repressivi al mondo (in meno di dieci anni ha costruito più di venti prigioni).

Nulla di tutto ciò, però, emerge dal video promozionale sul sito ufficiale della COP27, che accoglie i delegati nella “città verde” di Sharm el Sheik e mostra degli attori a impersonare degli ambientalisti, che usano cannucce di carta e contenitori alimentari biodegradabili mentre si fanno foto in spiaggia e cavalcano cammelli. (!)

Guardando il video pare che il caro Al Sisi abbia inteso usare il summit per mettere in piedi un reality show, in cui degli attori recitano la parte degli attivisti. La realtà nuda e cruda è che i veri attivisti sono in prigione a subire torture.

Una spunta in più sull’elenco delle cose che non convincono e che non fanno ben sperare.

 

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Leggi il nostro Speciale COP27.

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Giornalista pubblicista, laurea con lode in Scienze Politiche, un master in Responsabilità ed etica di impresa e uno in Editing. Scrive per greenMe dal 2009. È volontaria Nati per Leggere in Campania.

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