Alan Kurdi, 5 anni dalla morte del bambino siriano che oggi non ci indigna più

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Cinque anni e una memoria corta così. Com’erano corti quei pantaloncini, com’era corta quella vita. Ad appena un lustro i più hanno dimenticato un bimbo di appena tre anni morto annegato. E al nome di Alan Kurdi storcono semmai il naso pensando sia solo la nave di una sfaccendata ONG. Alan Kurdi chi?

Lui, siriano di etnia curda, maglietta rossa e pantaloni corti, appunto, fu fotografato morto su una spiaggia turca il 2 settembre del 2015 e l’immagine straziante – faccia in giù nella sabbia – allora scioccò il mondo intero (o almeno così sembrava).

Alan era annegato insieme al fratello Galib, la madre Rehana e altri profughi di guerra che cercavano di raggiungere l’isola greca di Kos da Bodrum, in Turchia, a bordo di un gommone.

Cinque anni fa cambiò percezione (sono famiglie intere a essere in fuga?!), fomentò gli animi, provocò reazioni e accese un lungo interminabile dibattito europeo sulla crisi dei rifugiati. Alla fine di quel 2015, quasi in un lampo, coloro che chiedevano asilo erano passati dall’essere chiamati “sciami di persone” dall’allora primo ministro britannico David Cameron ad essere accolti da piena e ragionevole compassione.

Molti paesi europei si mossero rapidamente per ripensare alle politiche di immigrazione esistenti e l’intero linguaggio sui rifugiati cambiò (la Germania accolse 1 milione di rifugiati quell’anno).

E poi, tanto per snocciolare qualche numero: le donazioni giornaliere alla campagna della Croce Rossa svedese per i rifugiati siriani aumentò di 55 volte nella settimana successiva alla morte di Alan, passando da 3.850 dollari a 214.300, mentre altre donazioni altrettanto straordinarie si riversarono su molte altre associazioni umanitarie.

Poi si è tutto spento. Oggi tutti se ne sono dimenticati e, anzi, come annuncia Save the Children nel nuovo rapporto “Protection Beyond Reach”, i bambini rifugiati e migranti in Europa “stanno sempre peggio”.

Dov’è che abbiamo sbagliato?

Ci si aspettava che il suo annegamento ispirasse nuove misure per proteggere i bambini migranti e rifugiati”, ha detto Save the Children. Ma così non è stato e la lista dei bambini che stanno morendo alle porte dell’Europa è ancora troppo lunga.

Bambini bloccati alle porte dell’Europa

Save the Children stima che più di 210mila minori non accompagnati siano arrivati in Europa negli ultimi cinque anni e che almeno 700 di essi – neonati compresi – siano morti nel tentativo di farlo. E, paradossale, continua ad essere maggiormente a rischio il confine esterno dell’Europa, dove Alan Kurdi ha perso la vita.

Tutti sono in fuga da conflitti, persecuzioni o violenze, ma davvero sembra un vicolo cieco.

Mentre ad alcuni minori sono state garantite sicurezza e protezione, molti altri incontrano ostacoli nell’ottenere lo status di rifugiato, o comunque la tutela prevista per la loro minore età, vivono nella paura costante di essere espulsi o detenuti e si vedono negare la possibilità di ricongiungersi con i membri della famiglia che vivono altrove in Europa” si legge nel rapporto.

L’Unione Europea ha stretto un accordo con la Turchia nel 2016 volto a frenare l’afflusso di persone e che prevedeva un rapido ritorno in Turchia per i migranti non bisognosi di protezione internazionale. In cambio, l’Ue si impegna in aiuti per miliardi di euro.

Ma, secondo l’associazione, l’accordo con la Turchia, insieme al finanziamento dell’Unione europea della guardia costiera libica e a un giro di vite sulle operazioni di ricerca e soccorso, ha portato i bambini a rimanere bloccati in paesi di transito, tra cui Marocco, Libia, Bosnia ed Erzegovina e Turchia, dove “l’accesso alla protezione internazionale è limitato o inesistente”.

Almeno altri 10mila bambini sono anche bloccati sulle isole greche in quelle che l’associazione definisce “condizioni disumane”. Il 60% di loro ha meno di 12 anni.

Ma anche i bambini che riescono ad accedere ai sistemi di asilo in Europa devono affrontare ostacoli, con pochi che ottengono lo status di rifugiato.

Finlandia, Svezia, Norvegia e Germania hanno introdotto nuove restrizioni che rendono più difficile per i bambini accedere all’asilo o rinnovare i loro permessi. Molti ricevono permessi temporanei o tollerati, ma il periodo di tempo in cui possono rimanere è stato notevolmente ridotto e i tassi di riconoscimento (di rifugiato, ndr) sono diminuiti”, afferma Save the Children nel suo rapporto.

Detenzione e respingimenti

Inoltre, diversi paesi hanno introdotto misure che consentono la detenzione dei bambini.

A livello europeo, le procedure di frontiera proposte rischiano di facilitare la detenzione a lungo termine di bambini e famiglie. Sulle isole greche e nelle stazioni di polizia in Grecia, i bambini possono essere detenuti come ‘misura di custodia cautelare temporanea’”, si legge.

Di fatti, in Spagna le nuove strutture di detenzione consentono la detenzione de facto dei bambini per 72 ore o più nei punti di sbarco. In Norvegia e in Svezia, i bambini sono detenuti in procedimenti preliminari all’allontanamento. Gli AnkER-Zentren in Germania (centri di accoglienza, decisione e rimpatrio) limitano gravemente la libertà di movimento dei bambini.

Un’altra “tendenza preoccupante” segnalata da Save the Children è il crescente utilizzo di respingimenti: le testimonianze raccolte nel 2018 da 860 bambini che viaggiavano da soli o erano stati separati dalle loro famiglie hanno rilevato che su quasi la metà la polizia o le guardie di frontiera avevano usato la forza per respingerli.

La maggior parte di questi violenti respingimenti si è verificata al confine tra Croazia e Serbia. Secondo quanto riferito, nel 2019 più di un terzo dei bambini che viaggiavano sulla rotta dei Balcani occidentali sono stati respinti. Quasi la metà di questi casi riguardava la violenza inflitta dalla polizia o dalle guardie alle frontiere”.

Per l’ONG, “il forte aumento dei sentimenti anti-migranti e del populismo di destra radicale ha avuto un profondo effetto su leggi e politiche, portando a misure di controllo e sicurezza che colpiscono in modo sproporzionato i bambini, sia che viaggino da soli o con le loro famiglie”.

È per questo che Save the Children chiede agli Stati membri di porre fine alla detenzione di minori immigrati e di accelerare le procedure di asilo e ricongiungimento familiare per i bambini.

Intanto, il 13 marzo 2020 tre scafisti turchi, ritenuti responsabili di quel naufragio che costò la vita ad Alan e non solo, sono stati condannati a 125 anni di carcere per traffico di esseri umani e omicidio.

Voglio che il mondo intero ci ascolti dove siamo arrivati fuggendo dalla guerra”, disse allora, nel 2015, il padre del piccolo Alan.

Ma il mondo intero fa davvero fatica ad ascoltare. Perdonaci.

Fonte: Save the Children – Protection Beyond Reach

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Giornalista pubblicista, laurea con lode in Scienze Politiche, un master in Responsabilità ed etica di impresa e uno in Editing. Scrive per Greenme.it dal 2009. È volontaria Nati per Leggere in Campania.
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