Come il multitasking ci riduce il quoziente intellettivo

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Multitasking, presenza centrale nella vita di tutti noi ma non per questo amica. Anche se riusciamo a fare tante cose contemporaneamente, ciò non significa diventare più intelligenti, ma solo più stressati. La nuova conferma arriva dagli studi di un neuroscienziato, Daniel J Levitin, secondo cui la nostra dipendenza dalla tecnologia ci rende meno efficienti e con un QI più basso di 10 punti.

Sapevamo già che usare più dispositivi contemporaneamente fa restringere il cervello, ma la nuova analisi presente nel suo libro “The Organized Mind: Thinking Straight in the Age of Information Overload”, ha messo in luce che quando cerchiamo di concentrarci su più di un compito, da un e-mail non letta agli sms, dallo smartphone al collega che ci chiama, il nostro QI si abbassa notevolmente,

I nostri cervelli sono più impegnati che mai. Siamo sommersi da fatti, notizie, messaggini, mail e social network. Cercare di capire cosa si ha bisogno di sapere davvero e quello che invece può essere ignorato è logorante. Allo stesso tempo, stiamo facendo tutti di più. Il lavoro che un tempo veniva effettuato da più persone, ricade in una sola, cercando nel frattempo di tenere il passo con la nostra vita, i figli e genitori, gli amici, la carriere, gli hobby.

Ma ogni cosa ha un prezzo, come ha scritto Levitin sul Guardian. E non è l’unico a pensarla in questo modo. Anche se pensiamo che stiamo facendo diverse cose contemporaneamente, questa è una illusione potente e diabolica. Earl Miller, neuroscienziato del MIT e uno dei massimi esperti mondiali di attenzione divisa, sostiene che il nostro cervello non è cablato bene per il multitasking: “Quando la gente pensa che sta in multitasking, in realtà sta solo passando da un compito ad un altro molto rapidamente . E ogni volta che lo fa, paga un costo cognitivo”.

Più semplicemente, spiega l’esperto che non siamo come i giocolieri, in grado di tenere per aria un gran numero di sfere, ma siamo più simili al cameriere dilettante, occupato più che mai nello sforzo di non far cadere i piatti.

È qualcosa di fisico: ogni volta che inviamo una e-mail, percepiamo un senso di realizzazione, e il nostro cervello riceve una serie di ormoni di ricompensa che ci fanno percepire che abbiamo realizzato qualcosa, sostiene Levitin. “Ogni volta che controlliamo un feed Twitter o un aggiornamento di Facebook, percepiamo qualcosa di nuovo e ci sentiamo più connessi socialmente (in una sorta di strano modo cyber impersonale) e otteniamo un’altra cucchiaiata di ormoni di ricompensa. Ma ricordate, è la parte muta del cervello a guidare il sistema limbico che induce questa sensazione di piacere, non la pianificazione, la programmazione, i centri di pensiero di livello superiore nella corteccia prefrontale”.

Tutti avvisati.

Francesca Mancuso

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L'articolo riprende studi pubblicati e raccomandazioni di istituzioni internazionali e/o di esperti. Non avanziamo pretese in ambito medico-scientifico e riportiamo i fatti così come sono. Le fonti sono indicate alla fine di ogni articolo
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Giornalista pubblicista specializzata in Editoria, Comunicazione Multimediale e Giornalismo. Nel 2011 ha vinto il Premio Caro Direttore e nel 2013 ha vinto il premio Giornalisti nell’Erba grazie all’intervista a Luca Parmitano.
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