Stupro di Nanchino: 83 anni dall’olocausto asiatico dimenticato

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É il 13 dicembre 1937 e i militari giapponesi entrano a Nanchino, allora capitale cinese: inizia il massacro di 300 mila persone nelle prime settimane di occupazione con lo stupro di oltre 20 mila donne, bambine e anziane, madri e non. Sono passati 83 anni dall’olocausto asiatico di cui si parla troppo poco.

Inizia così la seconda guerra sino-giapponese e in poche settimane si compirà una strage: 300 mila morti tra dicembre 1937 e gennaio 1938, con stupri, saccheggi, incendi. Il tutto con la “scusa” di scovare e punire militari cinesi travestiti da civili. Anche se le morti non hanno mai ragione, in realtà la scusa si rivela ben presto un pretesto anche mal costruito, visto che un enorme numero di bambini e civili del tutto estranei alla guerra vengono barbaramente assassinati.

Quelle settimane non sono solo state una tragedia per l’umanità: nonostante infatti gli storici individuino nell’invasione della Polonia da parte dei nazisti (1939) lo scoppio della seconda guerra mondiale, in quei terribili anni ’30 erano diversi i focolai di tensione. La seconda guerra sino-giapponese, in particolare, è ormai identificata come il motore che segna il reale inizio del conflitto a livello globale.

Forse per una storia anche troppo eurocentrica è meno noto come l’imperialismo giapponese non avesse proprio nulla da invidiare al Terzo Reich di Hitler, sia in termini di deliri nazionalisti che di atrocità compiute nel loro nome. Uscito vittorioso dalla Grande Guerra, inoltre, il Giappone stava alimentando i suoi piani espansionistici forse anche da più tempo.

I cinesi, come gli ebrei da questa parte dell’oceano, erano considerati la razza inferiore asiatica e il governo giapponese dell’epoca era intenzionato a prendere tutta la Cina in tre mesi, sullo stile della guerra lampo di matrice hitleriana. E, come l’olocausto europeo provocò un numero atroce di vittime (circa 6 milioni), quello asiatico non è stato da meno, anzi: si calcolano dai 14 ai 20 milioni di morti.

È giapponese anche l’attacco suicida di Pearl Harbor alle prime luci dell’alba del 7 dicembre 1941, condotto da una flotta di portaerei della Marina imperiale giapponese contro la United States Pacific Fleet. Ed è giapponese la parola kamikaze ritornata alla ribalta in tempi più recenti con il terrorismo internazionale.

Ed è purtroppo giapponese, ma stavolta subito, il più grande disastro che sia mai stato concepito e realizzato dall’uomo, la bomba atomica. Ma questa non è un’altra storia: è purtroppo quella di tutti noi.

Fonti di riferimento: China Times / PTS/Youtube

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Roberta De Carolis ha una laurea e un dottorato in Chimica, e ha conseguito un Master in comunicazione scientifica. Giornalista pubblicista, scrive per GreenMe dal 2010.
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