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Gli Stati Uniti accusano di “genocidio” la Cina per il massacro degli Uiguri

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Ieri, 19 gennaio, proprio mentre la presidenza Trump volge al termine del suo mandato, il Segretario di Stato USA Mike Pompeo ha formalmente denunciato la sistematica campagna che la Cina avrebbe attuato nella regione autonoma dello Xinjiang, ai danni di quasi 2 milioni di persone appartenenti alla minoranza musulmana degli Uiguri, sottoposti a internamento di massa e lavori forzati, e vittime di operazioni di sterilizzazione forzata.

Il Segretario americano condanna apertamente tali atti, associandoli al “genocidio” e considerandoli veri e propri “crimini contro l’umanità”. La Cina smentisce le accuse e invita i propri partner internazionali a screditare eventuali ingerenze esterne sulla questione dello Xinjiang.

Prima volta nella storia

È la prima volta che uno Stato, attraverso una sua rappresentanza ufficiale, adotta questa terminologia per descrivere i presunti abusi del Partito Comunista Cinese, iniziati almeno dal marzo 2017, nei confronti delle minoranze etnico-religiose residenti nella remota area nordoccidentale del paese asiatico.

Tony Blinken, il futuro Segretario di Stato americano della nuova amministrazione Biden, ha confermato le ultime dichiarazioni di Pompeo ed ha quindi condannato la Cina per aver commesso atti di “genocidio” nello Xinjiang. Gli Stati Uniti auspicano che anche altri Stati, tra cui quelli a maggioranza musulmana, ascoltino il monito americano e facciano altrettanto. In realtà, un sottocomitato parlamentare del governo canadese aveva già fatto simili dichiarazioni nell’ottobre scorso.

Il 7 dicembre 2020, l’Unione Europea ha inoltre approvato lo European Magnitsky Act, che offrirebbe importanti strumenti sanzionatori per punire i soggetti colpevoli di eventuali gravi violazioni di diritti umani.

Pompeo ha spiegato che i crimini che il governo cinese avrebbe perpetrato contro le minoranze dello Xinjiang includono l’arbitrario internamento di almeno 1 milione di persone; atti di tortura nei confronti dei detenuti; condanna a lavori forzati; sterilizzazione forzata delle minoranze; e introduzione di restrizioni alla libertà religiosa, alla libertà di espressione e alla libertà di movimento.

Alla fine del 2020, Pompeo aveva disposto l’avvio di una serie di indagini, realizzate sotto la supervisione di Morse Tan, Ambasciatore itinerante degli Stati Uniti presso l’Office of Global Criminal Justice. Obiettivo delle ricerche era determinare se e in che misura l’azione del governo cinese nello Xinjiang costituisse “genocidio” e potesse quindi essere annoverato tra i “crimini contro l’umanità”.

Da anni il Dipartimento di Stato USA sta portando avanti una campagna di sensibilizzazione dell’opinione pubblica mondiale di fronte alla repressione della minoranza musulmana degli Uiguri nello Xinjiang cinese.

Chi sono gli Uiguri dello Xinjiang

Lo Xinjiang, regione nordoccidentale della Cina, ospita circa 11 milioni di Uiguri — minoranza di religione musulmana e di etnia turcofona — e altri gruppi etnici di religione islamica, storicamente perseguitati, sia a livello culturale che religioso, dal governo comunista. Risalgono al 2009 le prime proteste dei gruppi minoritari, organizzate a Urumqi, capoluogo della suddetta provincia. Centinaia di persone sono morte negli scontri antigovernativi, soprattutto dopo che l’ascesa globale dello Stato Islamico è divenuta polo di attrazione per aspiranti jihadisti reclutati tra gli Uiguri musulmani.

Il governo centrale ha iniziato a reprimere duramente gli Uiguri sia per la loro fede islamica, sia per la loro fedeltà ad una specifica identità etnica e culturale, distinta da quella del gruppo Han, l’etnia cinese maggioritaria nel paese. Dall’inizio del 2017, la Cina avrebbe eretto oltre 143 centri di detenzione di massa nella sua remota provincia, con una capienza di oltre un milione di detenuti. Quest’ultimi, secondo testimonianze più o meno dirette, verserebbero in condizioni inumane e degradanti, sarebbero sottoposti a forme di indottrinamento politico-ideologico (conversioni forzate) e, in certi casi, ad abusi fisici (violenze sessuali, commercio illegale di organi, ecc.).

Per quanto riguarda i lavori forzati a cui sarebbero sottoposti in massa, l’evidenza di tale fenomeno sarebbe testimoniata dal recente tentativo di disimpegno di alcune grandi società commerciali estere dalla catena produttiva impiantata nella regione autonoma dello Xinjiang. Ad esempio, gli USA hanno boicottato l’importazione di cotone e pomodori provenienti dallo Xinjiang, inserendo in una lista nera le aziende cinesi impegnate nella suddetta produzione, allo scopo di condannare i metodi di sorveglianza di massa, la sottoposizione a detenzione e i lavori forzati a cui sarebbero costretti i dipendenti delle imprese locali specializzate nell’export.

Fonti: Atlantic Council/WION/The New York Times

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Donatella Vincenti. Laureata in Lingue e Scienze Politiche, nel 2017 ha conseguito un dottorato alla Luiss sulla transizione ecologica nel mondo arabo-islamico. Nel 2015 ha curato la rubrica "Green Islam" per la webradio Radio Bullets.
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