Luca Trapanese e la sua Alba ci insegnano a riconoscere le nostre unicità, per raggiungere la serenità

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Luca Trapanese è uno scrittore, ha svolto attività di volontariato fin da giovane, ha all’attivo diversi progetti legati alla disabilità. Luca è papà di Alba, una bambina con sindrome di down che ha adottato nel 2018 e da allora la sua vita è cambiata, in meglio. Oggi Luca è anche Assessore alle Politiche sociali per il Comune di Napoli. L’abbiamo intervistato: con lui abbiamo parlato di libri, di Alba e dell’importanza di progetti che sia rivolti ai giovani ma anche alle famiglie.

Lei ha scritto un libro, “Le nostre imperfezioni”, un racconto di un cammino, di un incontro tra due persone e anche di un amore. Quali sono le imperfezioni che racconta e quelle che vede nella società?

“Le nostre imperfezioni” vuole raccontare innanzitutto la tragedia e la verità del corpo che si consuma a causa di una disabilità. Quel corpo che è espressione di un’imperfezione ma non è detto che quella stessa imperfezione sia sintomo di infelicità. Noi siamo continuamente tempestati da messaggi di perfezione: del corpo, della vita, del lavoro, della famiglia ma sono messaggi irraggiungibili se non in parte. Nessuno mai che ci dice invece di raggiungete la serenità, la felicità che è determinata da quello che si è.

I due personaggi sembrano sfigati perché vogliono per forza raggiungere qualcosa che per gli altri è raggiungibile: una storia d’amore tra una persona con la sclerosi che è sulla sedia a rotelle e l’altra che è in seminario e che lascia. Alla fine non è detto che avranno una vita infelice: avranno una vita come tutti gli altri, perché una vita perfetta non esiste. Esistono le possibilità.

C’è qualcuno che può definirsi perfetto?

Siamo tutti unici, come è stato detto a Sanremo, ma siamo tutti quanti diversi. La diversità non è un difetto o un problema. In quanto diversi siamo unici e nessuno può arrogarsi il diritto di dire chi o cosa è normale. Chi può dire cos’è la normalità?

Lei è diventato particolarmente famoso quando nel 2018 ha adottato Alba. La sua vita è stata stravolta un po’ dalla notorietà per essere diventato il primo papà single ad aver adottato. E poi anche per l’arrivo di una bimba di cui occuparsi da solo. Cosa vuol dire essere un papà single, in particolare di una bimba con la sindrome di down?

Essere genitore single è sicuramente faticoso se non hai una rete familiare intorno che ti aiuta o se non hai la consapevolezza che comunque hai bisogno di qualcuno perché devi dedicarti al sostentamento della famiglia. Sentivo come se la mia vita avesse bisogno di un “pezzo mancante” che era sicuramente la paternità. Quindi l’arrivo di Alba, totalmente inaspettato non solo è stato uno dono fantastico, ma anche uno stravolgimento della vita, enorme. Credo che per ogni genitore, quando un figlio nasce stravolge la vita, cambiano le prospettive, le priorità. Adesso per me la priorità è il benessere di Alba, tutto quello che faccio è in funzione di Alba.

Da genitore single è bello ma, allo stesso tempo, è anche un peso che non condivido con nessun’altro. Le scelte, quelle felici e quelle più infelici, sono a carico mio; i momenti belli e quelli più pesanti sono a carico mio. C’è sempre il rovescio della medaglia ma io non tornerei mai indietro, non ci ho mai neanche pensato di tornare indietro, neanche una volta.

Dai suoi post Alba sembra il suo raggio di sole: giocate, cantante, la fa volare come fosse una farfalla. Se pensa alla sua vita prima dell’arrivo di Alba le sembra qualcosa di lontano?

È un’altra vita. Non me la ricordo più, non mi immagino più senza Alba, è impossibile. Ogni tanto dico che Alba mi ha salvato, ha dato un senso a tutte le cose che faccio. Non potrei mai immaginarmi senza Alba. La vita oggi è più colorata, Alba mi ha dato la possibilità di cantare, giocare, di divertirmi nel comprare i vestiti, a scegliere le cose divertenti per farla stare bene.

Lei è da diverso tempo attivo nel settore del sociale, nel cercare soluzione per aiutare chi si trova in difficoltà. A chi sono indirizzati questo progetti?

A tutti. Ai giovani soprattutto, perché credo abbiamo bisogno di nuove strade da seguire: le strade dell’imperfezione, della verità, della semplicità. Mi rivolgo ai genitori che molto spesso sono soli, disperati, abbandonati, soprattutto i genitori di figli con disabilità. Non ci sono mai risposte. Perché le istituzioni non rispondono mai alle esigenze delle famiglie con persone disabili.

La Casa di Matteo l’ha definita unica in tutto il Sud Italia: c’è una netta distinzione tra nord e sud anche in materia di assistenza?

È unica perché accoglie bambini con gravissime disabilità anche in stadio terminale, non esiste un’altra realtà del genere, soprattutto nel Sud.

Uno dei problemi che i più giovani affrontano è quello del bullismo e anche un conseguente difficoltà di integrazione scolastica, cosa possiamo fare?

Parlare con i giovani vuol dire affrontare qualunque argomento. Se io parlo di omosessualità, diversità, paternità è chiaro che cerco di educare, spingere i giovani a affrontare anche il tema del bullismo, a far capire che nessuno deve prevalere sull’altro. Il punto, secondo me, è partire dalle famiglie. Noi adesso riempiamo i giovani nelle scuole di attività educative poi magari tornano a casa e trovano il padre omofobo, la madre che non vuole che stia accanto al bambino handicappato perché gli fa perdere tempo, o un genitore che istiga alla supremazia sull’alto. Il lavoro deve partire anche dalla famiglia.

Ho partecipato a un convegno sul bullismo dove il primo intervento fu di una mamma il cui figlio si era suicidato. La prima cosa che disse questa donna fu: “anche chi ha istigato il suicidio di mio figlio è una vittima perché proviene da una situazione di disagio”. Questo intervento mi fece venire i brividi perché quella donna non aveva rabbia, ma una forte consapevolezza.

In questi giorni gli occhi del mondo sono sull’Ucraina e sui risvolti di questa guerra difficile da spiegare, soprattutto ai più piccoli. Alba le ha fatto qualche domanda?

Alba è piccola, abbiamo fatto dei lavoretti sulla pace in Ucraina. Però credo che i giovani facciamo una gande fatica da un lato a capire che questa cosa che sta succedendo è vera perché purtroppo li abbiamo educati che le guerre si fanno nei videogiochi. C’è anche una diseducazione alla morte perché un contro è il videogioco, questa è la vita reale. Credo si faccia grande fatica nel far capire ai giovani ciò che sta succedendo oggi.

Qual è il domani che sogna, intravede e per il quale lei si impegna per Alba ma anche per i bambini di oggi che poi saranno gli adulti di domani?

Io spero che Alba sia vista come Alba, come una persona e non come la bambina, la ragazza la donna handicappata. Spero che i figli siano visti come figli e non come figlio mio o figlio tuo: se non iniziamo a vederli come figli di una comunità, come l’idea del villaggio dove condividere i problemi, le gioie, le angosce, i figli sono i nostri.  Questa è l’unica possibilità che abbiamo di salvare questa società.

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Laureata in lettere moderne con la passione per il digitale. Giornalista professionista dal 2010: curiosa e fantasista della comunicazione, dalla tv al web.

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