9 anni fa il disastro del Rana Plaza uccise oltre mille operai intenti a fabbricare per Benetton, Primark, Walmart

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Sono passati ormai nove anni, e quella tragedia è servita (almeno) ad aprirci gli occhi e a darci consapevolezza della disumanità nascosta dietro i vestiti che abbiamo addosso

Cosa c’è dietro una maglietta venduta a pochi euro, dietro i suoi colori sgargianti e il suo prezzo stracciato, dietro la facilità con cui viene venduta e la leggerezza con cui noi l’acquistiamo, per poi disfarcene dopo pochi mesi? Ce lo chiediamo spesso, ma non ancora abbastanza – visto che la fast fashion è un problema ancora attuale, che miete vittime fra chi viene sfruttato e chi viene avvelenato da prodotti inquinanti e sversamenti illegali.

Sono passati ormai nove anni dal crollo del Rana Plaza, e non molto sembra essere cambiato da quel lontano 24 aprile. Quella mattina, una mattina come tante, il Rana Plaza – edificio commerciale di otto piani nel cuore del poverissimo Bangladesh – ospitava come al solito migliaia di persone intente a lavorare ai nostri vestiti.

Uomini ma soprattutto donne, anche giovanissime, le cui mani sanguinavano per turni massacranti alla macchina da cucire o lungo la catena di montaggio. Erano alle prese con capi d’abbigliamento che non avrebbero indossato mai, ma che sarebbero finiti nei nostri armadi: Mango, H&M, Benetton, Primark – brand tanto amati dai giovani, e non solo da loro.

Malgrado fossero state notate crepe strutturali nell’edificio, e i negozi al piano terra fossero stati dichiarati inagibili e sgomberati, gli operai non sono stati mandati a casa, come era giusto che fosse, ma sono stati costretti a lavorare come tutti i giorni. L’intero Rana Plaza è crollato, accartocciandosi su se stesso, uccidendo quasi 1.200 persone e ferendone altre 2.500.

I sopravvissuti al crollo raccontarono dei ripetuti allarmi sulle condizioni fatiscenti dello stabile –puntualmente ignorati dai proprietari delle tre fabbriche tessili che lì avevano sede, che costringevano i dipendenti a lavorare nonostante tutto, nonostante il pericolo di morte che incombeva sulle loro teste.

L’incidente del 2013 è considerato, ancora oggi, il più grave incidente mai avvenuto in una fabbrica tessile. Purtroppo però, non è bastato a frenare la catena di sfruttamento che vige in Bangladesh come in altre regioni povere del Pianeta, fatta di salari miserrimi, condizioni di lavoro ai limiti dello sfruttamento, repressione di ogni protesta sindacale, assenza di assicurazioni e assistenza sanitaria.

(Leggi anche: Questo è il lato oscuro dei tuoi vestiti, che nessuno vuole raccontarti: sostanze chimiche, sfruttamento degli operai e discariche di tessuti bruciati)

L’eredità del Rana Plaza

Bangladesh donne operaie

©r19/123rf

L’unica cosa positiva di una tragedia è che serve a smuovere le coscienze, ad aprire gli occhi, a sollevare un problema. Anche il crollo del Rana Plaza e la morte di tutti quegli operai-schiavi ha fatto nascere un fiore, una piccola rivoluzione gentile contro i ritmi disumani della fast fashion: la Fashion Revolution.

Si tratta di un movimento globale che riunisce attivisti e ambientalisti di ogni parte del mondo, vogliosi di dare voce ad un’industria della moda che sia diversa, in grado di rispettare l’ambiente e i diritti dei lavoratori. Tutto parte da una semplice domanda, che ognuno di noi può porsi di fronte ai nostri capi d’abbigliamento nell’armadio o prima di acquistarne uno nuovo: Chi ha fatto i miei vestiti?

Comprendere come nasce un tessuto, una stampa, una maglietta, capire cosa c’è dietro al prezzo allettante, dare il giusto valore ai materiali e alla dignità di chi li ha lavorati per noi, tutto questo può portarci nella direzione di un futuro sostenibile dal punto di vista ambientale ed etico.

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Sono laureata in Lingue e Culture Straniere. Da sempre attenta alle problematiche ambientali e rivolta a uno stile di vita ecosostenibile, tento nel mio piccolo di ridurre al minimo l’impronta ambientale con scelte responsabili nel rispetto della natura che mi circonda.

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