Fondere la statua del re Leopoldo per fare un monumento alle milioni di vittime del colonialismo belga

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Un Gruppo di lavoro incaricato a Bruxelles di analizzare la presenza dei simboli coloniali nello spazio pubblico nella regione ha terminato di redigere il suo rapporto e ha presentato ufficialmente in questi giorni una serie di misure volte alla “decolonizzazione”. E inaugura un dibattito: è giusto o sbagliato “cancellare”?

A volte una nazione si porta appresso il fardello di un passato fatto di soprusi, di quelli che hanno fatto soffrire intere generazioni e gettato alle ortiche i diritti civili. Capita che poi si cambi capitolo, certo, perché la storia va avanti e ogni giorno è un giorno nuovo che segna il progresso. Ed è così che di quei fatti bui e marci se ne vuole tenere viva la memoria per non ripetere gli stessi errori: capita col memoriale dell’Olocausto a Berlino, per esempio, o con mille altri luoghi in cui sia passata una guerra, un popolo sottomesso, una tragedia.

Ora la città di Bruxelles si è posta un obiettivo: decolonizzare lo spazio pubblico. E lo fa partendo da un rapporto redatto da un gruppo di lavoro (che deve ancora essere discusso all’interno della maggioranza) urban.brussels – incaricato dal Parlamento – che in 256 pagine scandaglia e discute anche del destino di alcune statue controverse, come quella del re Leopoldo II in Place du Trône. Gli esperti danno un’analisi caso per caso. E non escludono qui la possibilità di fondere la statua equestre.

E non solo statua di Leopoldo II, ma anche targhe commemorative dei “pionieri coloniali”, nomi di strade, edifici e opere d’arte che possono essere servite come propaganda coloniale o che siano espressioni del colonialismo, così come anche edifici o siti finanziati con denaro dello sfruttamento coloniale, edifici dell’amministrazione coloniale o di società private che sfruttano le risorse dell’Africa centrale e luoghi che hanno avuto un ruolo nella storia di congolesi, ruandesi e burundesi della regione di Bruxelles-Capitale.

Una serie di interventi, quindi, che comprenderebbero anche l’istituzione di giornate commemorative per le vittime della colonizzazione, la creazione di nuovi monumenti in loro memoria o l’apertura di un museo a Bruxelles come città coloniale.

Black Lives Matter e la rivolta antirazzista

Tutto ciò arriva dopo le proteste di Black Lives Matter che attraversarono la città nel 2020, quando si accesero violente proteste in seguito alla morte di George Floyd. Allora, a Bruxelles, un gruppo di manifestanti antirazzisti vandalizzò la statua proprio dell’ex re belga Leopoldo II, a pochi passi dal Palazzo Reale belga. La statua fu imbrattata di vernice rossa con scritte anti-razziste e anti-coloniali.

Furono proteste assai dure che sfociarono in una petizione online per la rimozione di tutte le statue di Leopoldo II dal suolo pubblico di Bruxelles. Per gli attivisti anti-razzisti belgi, i monumenti all’uomo responsabile dei massacri coloniali in Congo non potevano avere “posto né a Bruxelles né in nessun altro luogo d’Europa”.

Decolonizzare = cancellare

La statua di bronzo del XIX secolo del re Leopoldo II, insomma, potrebbe essere fusa. Nel documento viene proposta anche una seconda soluzione, ossia la creazione di un parco museale in cui esporre in modo contestualizzato tutte le statue rappresentanti icone e simboli controversi. Il gruppo non propone di buttare giù ogni monumento ma di valutare caso per caso: alcuni potrebbero essere rimossi e trasferiti in musei, altri implementati con targhe che ne spieghino storia e contesto.

Uno spazio pubblico decolonizzato non è uno spazio da cui sono state eliminate tutte le tracce del colonialismo – si legge nel rapporto – ma uno privo di elementi materiali che promuovono, allora come oggi, il rapporto asimmetrico tra l’ex “civilizzatore” bianco e l’ex nero colonizzato, perpetuando un’ideologia razzista e disuguaglianze.

Sarà, ma fondere significa eliminare tutte le tracce. E sta pure bene, se si considerano la scia sanguinaria di un Leopoldo II nel cuore dell’Africa e la sofferenza delle popolazioni indigene. Non sarà certo una statua a dover spiegare alle generazioni che verranno cos’è stato il colonialismo e le atrocità inflitte. Ma rimanga il patto che a loro comunque si racconti.

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Fonte: urban.brussels

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Giornalista pubblicista, laurea con lode in Scienze Politiche, un master in Responsabilità ed etica di impresa e uno in Editing. Scrive per greenMe dal 2009. È volontaria Nati per Leggere in Campania.

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