Le buste biodegradabili se disperse nell’ambiente ritardano la crescita delle piante

Qual è l’impatto dei sacchetti di plastica, sia tradizionale che compostabili sulla crescita delle piante? Uno studio dell’Università di Pisa dimostra come anche i bioshopper abbiano un forte impatto sulla crescita e la fitotossicità del terreno.

I bio-shopper rispetto alle tradizionali buste di plastica sono biodegradabili e compostabili, ma se dispersi nell’ambiente, esattamente come quest’ultime, non risulterebbero totalmente innocue per le piante, andandone a modificare la basicità del terreno e causando anomalie e ritardi di crescita. E’ questo in sostanza la conclusione a cui è giunto uno studio condotto dall’Università di Pisa e pubblicato su “Ecological Indicators”, una tra le riviste più autorevoli nel settore delle scienze ambientali.

La maggior parte dei rifiuti in plastica che si trovano in ambienti naturali è costituita da sacchetti di plastica convenzionale e le conseguenze nefaste sugli organismi terrestri e, soprattutto, marini è ormai sotto gli occhi di tutti, oltre che ampiamente documentate. Ma che impatto hanno sulle piante? Questo studio condotto dai ricercatori italiani ha voluto invece indagare sull’impatto prodotto dagli shopper di nuova generazione in bioplastica, progettati appositamente per degradare nelle strutture di compostaggio e generare un prodotto privo di tossicità per terreni e colture. Questo perché si sa attualmente molto poco sugli effetti del trasferimento di sostanze chimiche dalla bioplastica alla vegetazione in ambienti naturali (il cosiddetto processo di liscivazione).

La ricerca ha voluto determinare l’impatto sulla qualità dell’acqua e sullo sviluppo delle piante sia delle buste di plastica tradizionali (in polietilene ad alta densità, HDPE), sia delle buste compostabili (in Mater-bi® ) quando lasciate in ambienti naturali. Per fare ciò, semi di crescione inglese, Lepidium sativum L, sono stati esposti a percolati ottenuti da diverse quantità di sacchi di plastica in polietilene e in amido di mais, simulando vari gradi di inquinamento che si verificano in natura, per 72 ore. Sono state utilizzate sia buste “nuove”, sia buste esposte agli agenti atmosferici naturali per simulare e meglio analizzare gli effetti fitotossici del lisciviato, la soluzione acquosa che si forma in seguito all’esposizione degli shopper agli agenti atmosferici. 

Risultato? Entrambe le tipologie di shopper rilascerebbero in acqua sostanze chimiche fitotossiche che andrebbero ad interferire con la germinazione dei semi. L’unica differenza riscontrata sotto questo aspetto è che le buste in plastica tradizionale agirebbero prevalentemente sulla parte aerea della pianta, mentre invece i bioshopper compostabili sulla radice.

“Nella maggior parte degli studi condotti finora sull’impatto della plastica sull’ambiente, gli effetti delle macro-plastiche sulle piante superiori sono stati ignorati – spiega il professore Claudio Lardicci dell’Università di Pisa – la nostra ricerca ha invece dimostrato che la dispersione delle buste, sia non-biodegradabili che compostabili, nell’ambiente può rappresentare una seria minaccia, dato che anche una semplice pioggia può causare la dispersione di sostanze fitotossiche nel terreno. Da qui l’importanza di informare adeguatamente sulla necessità di smaltire correttamente questi materiali, considerato anche che la produzione di buste compostabili è destinata a crescere in futuro e di conseguenza anche il rischio abbandonarle nell’ambiente”.

Questi risultati indicano che i sacchetti di plastica, compresi quelli che soddisfano gli standard di biodegradabilità e compostabilità, rappresentano una potenziale minaccia anche per le piante, se lasciate in ambienti naturali. Pertanto, le persone e i manager dovrebbero essere adeguatamente informati sul potenziale impatto ambientale di un errato smaltimento dei sacchetti.  – Si legge sull’abstract dello studio.

Insomma i sacchetti biodegradabili di nuova generazione rappresentano sì, un grande passo avanti, a patto, però. che vengano adeguatamente smaltite negli impianti di compostaggio, fine per cui sono progettate. Il punto cruciale rimane proprio questo, perché anche la plastica stessa, se correttamente smaltita, è riciclabile e, se, ad oggi, rappresenta uno dei maggiori problemi di inquinamento, è perché solo una piccolissima parte viene conferita nel modo giusto.

Quindi, come già evidenziato dalla recente ricerca in cui si analizzava la compostabilità dei nuovi sacchetti seppelliti sotto terra, i bio-shopper possono rappresentare una risorsa e una soluzione solo se utilizzati nel modo in cui sono stati progettati: per essere smaltiti negli impianti di compostaggio. Perché il vero nemico dell’ambiente continuiamo ad essere noi e le nostre abitudini.

Simona Falasca

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