Il bluff di buste, piatti e bicchieri in bioplastica che proprio bluff non è: biodegradabile non è sinonimo di compostabile

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In questi ultimi giorni molti quotidiani hanno lanciato l’allarme definendo un “bluff” quello delle bioplastiche poiché non andrebbero buttate nell’umido, ma nell’indifferenziato. Tutto nasce dopo la denuncia degli addetti dei centri di compostaggio che si trovano alle prese con partite di compost ‘rovinate’ proprio da sacchetti, piatti e posate biodegradabili che però non sono compostabili e dunque conferite in modo errato. La conclusione diventa che le bioplastiche non vanno gettate nell’organico.

Ma non è proprio così. Perché si fa presto a dire bioplastiche. E’ tutta questione di definizioni. Come pure biodegradabile non sempre è sinonimo di compostabile. Ed è proprio su questo punto che sorgono i problemi.

Cosa sono le bioplastiche? Cosa significa biodegradabile? E compostabile? Cerchiamo di fare chiarezza sull’argomento.

Secondo la European bioplastic, per bioplastica si intende una grande famiglia di materiali diversi e un materiale plastico può essere definito bioplastica se è prodotto a partire da materie prime vegetali, se è biodegradabile o se possiede entrambi questi requisiti.

Le bioplastiche possono dunque essere realizzate parzialmente da materiali vegetali come mais, cellulosa o canna da zucchero oppure da materie prime di origine fossile e possono essere biodegradabili o meno.

Dunque una bioblastica può essere prodotta a partire da materie prime di origine vegetale e non essere biodegradabile, può essere realizzata con materie prime di origine fossile ed essere biodegradabile oppure può essere ottenuta da materie prime di origine vegetale ed essere anche biodegradabile.

Perché un materiale possa essere considerato “biodegradabile” deve esistere in natura un microrganismo capace di decomporlo, così che possa essere assorbito completamente dal terreno.
Materiali di origine vegetale sono generalmente biodegradabili in modo più semplice, ma anche materiali sintetici possono essere biodegradabili, in tempi di solito molto più lunghi.

Se un imballaggio, o un bicchiere biodegradabili vengono abbandonati incivilmente nell’ambiente, provocano meno danni rispetto alla comune plastica poiché si degradano in tempi nettamente inferiori: la plastica può infatti impiegare diverse centinaia di anni per scomparire dagli oceani e dal suolo.

Indicare però un materiale come biodegradabile, senza specificare le condizioni in cui il materiale si decompone, è fuorviante. Un materiale o un prodotto pubblicizzato come biodegradabile, dovrebbe offrire anche informazioni su tempi, livello di biodegradazione e condizioni richieste affinché si decomponga completamente.

Inoltre, biodegradabile non è sinonimo di compostabile, dunque i rifiuti biodegradabili non vanno gettati nella raccolta differenziata dell’organico bensì nel residuo secco indifferenziato.

Un materiale compostabile, infatti, non è solo biodegradabile ma, secondo la norma EN 13432, deve anche rispondere a determinate caratteristiche di degradazione.

Un materiale può essere definito compostabile se:

• in sei mesi viene degradato almeno del 90% in un ambiente ricco di anidride carbonica;
• se posto a a contatto con materiali organici per 3 mesi, il 90% del materiale risulta ridotto in frammenti inferiori ai 2 millimetri;
• se presenta valori di pH e concentrazioni di metalli pesanti aggiunti, solidi volatili, sale, azoto, fosforo, magnesio e potassio entro limiti stabiliti;
se non ha effetti negativi sul processo di compostaggio.

Una bioplastica compostabile, non solo si decompone quando viene abbandonata nell’ambiente, ma può anche essere conferita nella raccolta differenziata dell’organico, o “umido”, al termine dell’utilizzo.
Se in etichetta non è indicato che il materiale è compostabile, questo non va gettato nell’organico, poiché rappresenterebbe una contaminazione per l’umido che raggiunge gli impianti di trattamento dei rifiuti.

Per quanto riguarda la bioplastiche, non è corretto parlare di bluff solo perché non è possibile conferire tutte le bioplastiche nell’umido: i termini biodegradabile e compostabile non sono sinonimi e sta al consumatore verificare se gli imballaggi, i sacchetti o gli oggetti monouso riportano o meno l’indicazione “compostabile” prima di conferire il materiale nella raccolta dei rifiuti.

Attenzione quindi a dove si gettano bioplastiche solo biodegradabili o anche compostabili, poiché si parla di materiali con caratteristiche diverse e da smaltire in modo differente.
Il fatto che entrambi siano biodegradabili, inoltre, non giustifica nessuno ad abbandonare rifiuti di nessun tipo.

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Tatiana Maselli

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Laureata in Scienze e Tecnologie Erboristiche, redattrice web dal 2013, ha pubblicato per Edizioni Età dell’Acquario "Saponi e cosmetici fai da te", "La Salvia tuttofare" e "La cipolla tuttofare".
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