I fiori ci sentono! Ascoltano il ronzio delle api e rendono più dolce il nettare

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I fiori sono le orecchie delle piante: vibrano al ronzio di un’ape e 3 minuti dopo il loro nettare è più dolce per attirare maggiori insetti impollinatori. La ricerca istraeliana che inaugura il filone della fitoacustica

Che le piante sapessero sentire e comunicare era già stato appurato da tempo, ma arriva ora un’ulteriore conferma che dimostra come esse siano in grado di ascoltare attraverso i propri fiori. In particolare, riuscirebbero a percepire i suoni emessi dalle api e dagli altri insetti impollinatori e modificare così il proprio nettare in modo ecologicamente rilevante.

A scoprirlo il teorico evoluzionista Lilach Hadany e il suo gruppo di ricerca dell’Università di Tel Aviv che, attraverso una serie di esperimenti condotti sull’enotera, una particolare varietà di primule della sera (oenothera drummondii), ha appurato come i fiori fungano da “orecchie” per ascoltare le vibrazioni prodotte dalle ali degli insetti, raccogliendone le frequenze specifiche e modificando temporaneamente la concentrazione di zucchero nel nettare dei loro fiori.

L’equipe voleva dimostrare come i suoni, che rappresentano una risorsa naturale onnipresente in natura e una componente fondamentale dell’evoluzione animale, lo siano anche per quella vegetale, essendo l’impollinazione la chiave della riproduzione delle piante. E stando agli esperimenti condotti, pare proprio sia così.

L’esperimento

Per testare le primule in laboratorio, l’equipe di Hadany ha esposto le piante a cinque trattamenti sonori: silenzio, registrazioni di un’ape e suoni generati dal computer in frequenze basse, intermedie e alte. Le piante sottoposte al trattamento silenzioso, poste sotto barattoli di vetro che bloccavano le vibrazioni, non hanno avuto un aumento significativo della concentrazione di zucchero nel nettare. Lo stesso vale per le piante esposte a suoni ad alta frequenza e a frequenze intermedie.

Nelle piante esposte a riproduzioni di suoni di api e suoni simili a bassa frequenza, invece, nel giro di tre minuti dall’esposizione, si è registrato un aumento di zucchero nel nettare dal 12 al 17% al 20%. Oltre che una vibrazione meccanica dei fiori stessi in risposta a questi suoni. Un dato questo che i ricercatori considerano fondamentale dal punto di vista evolutivo: un nettare più dolce può attirare più insetti, aumentando potenzialmente le possibilità di successo dell’impollinazione. Questo assunto è stato anche confermato con le osservazioni “sul campo”. I ricercatori hanno scoperto, infatti, che gli insetti impollinatori erano quasi 10 volte più comuni intorno alle piante che un’altro insetto aveva visitato nei sei minuti precedenti.

I fiori rappresenterebbero, dunque, gli organi sensoriali uditivi delle piante, ed effettivamente anche la loro forma concava per quanto variabile da specie a specie, confermerebbe questa teoria. Per confermare ciò il team di ricerca ha anche studiato le vibraizoni emesse dai fiori ed eseguito test su quelli che avevano rimosso uno o più petali. Quei fiori non sono riusciti a risuonare con nessuno dei suoni a bassa frequenza.

Questo interessantissimo studio, pubblicato su BioRxiv ha aperto un campo completamente nuovo di ricerca scientifica che Hadany ha chiamato fitoacustica.

“Alcune persone potrebbero pensare, come possono [le piante] sentire o annusare?” ha detto Marine Veits, co-autore dello studio. “Mi piacerebbe che la gente capisse che l’udito non è solo per le orecchie.”

La natura non smette mai di stupire!

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Simona Falasca

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Direttore responsabile ed editoriale di greenMe. Ha una laurea in Scienze della comunicazione e un'esperienza pluriennale negli uffici stampa. In greenMe ha trovato il modo di dare sfogo alla sua "natura" più vera.
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