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Elefanti e rinoceronti possono tirare un sospiro di sollievo.  La richiesta di Tanzania e Zambia per la vendita delle loro riserve di avorio è stata bocciata anche dalla Cites. Dopo aver avanzato la propria proposta durante la Conferenza internazionale Onu sulla biodiversità in corso a Doha, i due stati si sono appellati al giudizio della Cities (Convenzione sul commercio internazionale delle specie selvagge a rischio).

Ma facciamo il punto. Inizialmente, Tanzania e Zambia avevano richiesto all'Onu un permesso speciale per la vendita una tantum delle loro riserve di avorio (rispettivamente 90 e 22 tonnellate per una cifra pari a 20 milioni di dollari). Immediate le proteste degli ambientalisti, secondo i quali i due paesi africani non farebbero nulla per limitare il bracconaggio e la caccia agli elefanti. Forti proteste si sono levate anche da altri paesi africani, tra cui il Kenia. Il governo di Nairobi, insieme a quello di altri 23 stati africani, ha richiesto infatti il definitivo stop al traffico di avorio, tutt'ora regolato da una moratoria per i prossimi 20 anni.

Ciò che desiderava la Tanzania era proprio l'esenzione da tale moratoria, adducendo a proprio favore il numero crescente di elefanti all'interno del proprio territorio. Secondo la Tanzania, infatti, dall'1989 a oggi la popolazione di elefanti è salita da 55 mila esemplari a circa 137 mila.

Ma non vi sono spiragli dall'Onu. Il fronte Usa e Ue, coadiuvato dagli altri stati africani, è compatto. Nessuna eccezione per le richieste dei due stati. Anche la Cites, la Conferenza della Convenzione sul commercio internazionale delle specie selvagge a rischio, ha dato il suo No definitivo alla questione. Tuttavia, prima di chiudere definitivamente il dibattito si dovrà attendere la sessione plenaria della Cites, che si svolgerà domani a Doha.

L'elefante potrà  ancora ben sperare, a differenza del tonno rosso, la cui sorte è ormai segnata.

Francesca Mancuso



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