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Ridurre le emissioni di anidride carbonica e altri gas a effetto serra è una priorità per salvare il pianeta dal global warming: dal 2008 l'UE sta facendo la sua parte con l'accordo “20-20-20, che ha stabilito un taglio del 20% di CO2 entro il 2020. Ma a distanza di pochi mesi la situazione è cambiata, e qualcuno chiederà, come già fatto durante la Conferenza di Copenhagen che anche l'obiettivo cambi. Mercoledì verrà infatti presentato a Bruxelles un documento che esamina il rapporto costi/benefici di un eventuale “meno 30%”.

Il nuovo limite, secondo alcune indiscrezioni, viene considerato dalla Commisione europea realizzabile sia dal punto di vista tecnico che da quello economico. Ed è proprio economia la parola chiave per interpretare la proposta: a rischio non c'è più solo l'ambiente, ma anche il gigantesco mercato delle rinnovabili nato con la green revolution.

Lo ha spiegato benissimo Connie Hedegaard, commissario europeo per il Clima, in una lettera inviata all'assemblea di Strasburgo lo scorso mese. "C'è un'importante spinta in corso da parte di tutti per investire nell'economia del futuro. I pacchetti di misure per la ripresa economica assunti da Cina e USA sono molto illustrativi: la Cina ha il maggiore programma di investimento - circa 230 miliardi di dollari - mentre gli USA investiranno qualcosa come 80 miliardi di dollari in energia pulita. Al contrario, l'UE e i maggiori Stati membri investiranno soltanto 25 miliardi di euro.

Una proposta, dunque, che intende rilanciare l'economia europea di fronte alla concorrenza di altri paesi, soprattutto dopo il fallito vertice di Copenaghen. Tutti d'accordo quindi? Non proprio. Eurofer, “confederazione europea delle industrie siderurgiche” - non a caso le più energivore – è convinta che una decisione di questo tipo provocherebbe una perdita di posti di lavoro. Stesso parere viene espresso anche da Confindustria. Contrari alla proposta sarebbero anche i governi di Francia, Germania, Polonia, Malta e Italia.

Eppure, la spesa complessiva per ottenere un taglio del 30% entro il 2020 sarebbe molto più bassa del beneficio ottenuto con il taglio stesso. La Commissione europea ha infatti calcolato che servono 11 miliardi di euro in più per coprire i costi: in altre parole, aggiungendo 11 miliardi di euro agli 81 miliardi previsti (+ 13,58% rispetto al precedente budget), si potrebbe aumentare di una volta e mezzo la quantità di CO2 eliminata... ovvero: +50%! Inoltre, secondo Euractiv, la recessione di questi anni avrebbe ridotto il rischio di “carbon leakage” (=delocalizzazione della produzione delle imprese europee in paesi con limiti meno severi alle emissioni) anche in caso di innalzamento del target di riduzione.

Ne sapremo di più il 17 giugno, quando la proposta sarà discussa al summit dei capi di Stato e di governo Ue. Difficile dire come andrà a finire: in ogni caso si dovrà attendere l'approvazione degli stati membri prima, e della Parlamento Europeo poi.

Roberto Zambon



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