Il Kenya verso la pena di morte contro i bracconieri 

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Il Kenya sta pensando di introdurre la pena di morte per i bracconieri che compiono reati contro gli animali e mettendo a rischio la biodiversità.

Se ne parla da tempo, ma adesso Najib Balala, ministro per il turismo e la fauna selvatica del Kenya, ha espresso la netta volontà di inasprire le pene, parlando appunto di pena di morte.

Secondo il ministro, chi uccide elefanti, rinoceronti, leoni e altre specie animali per commercializzare zanne, fare fantasiosi infusi o liquori o per esibirli come trofei, va punito con leggi ancora più severe.

"Attualmente è in vigore la legge sulla tutela della fauna selvatica emanata nel 2013, che prevede l'ergastolo o una multa da 200mila dollari, ma non si è dimostrata un deterrente efficace per frenare il bracconaggio", ha spiegato Balala.

Come sappiamo in Kenya ci sono animali meravigliosi, ma sempre più minacciati. Vengono cacciati da bracconieri senza scrupoli che poi rivendono corna e zanne, tanto che negli ultimi anni si sta verificando un fenomeno molto strano, ovvero la presenza di elefanti senza zanne.

Quasi un terzo di quelli che vivono in Africa sono stati illegalmente abbattuti dai bracconieri negli ultimi dieci anni per soddisfare la domanda di avorio in Asia, dove c'è ancora un commercio in forte espansione nel materiale, in particolare in Cina.

Circa 144mila elefanti sono stati uccisi tra il 2007 e il 2014 e anche se i dati diffusi dal ministero hanno fortunatamente registrato un calo di uccisioni, non c’è comunque da stare tranquilli.

Per questo secondo Najib Balala l’unica soluzione per frenare il bracconaggio sarebbe la pena di morte. L’annuncio ha suscitato chiaramente polemiche, l’opinione pubblica si divide tra favorevoli e contrari.

Nel frattempo, continuano i blitz dei nuclei anti bracconaggio, ma il sistema non sembra risentirne altro e il mercato di scambio tra Africa e Cina sembra più fiorente che mai.

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Dominella Trunfio

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