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Alcune tecnologie di nuova generazione promettono di riuscire a trasformare le scorie nucleari in energia energia elettrica. Nel caso dell’Inghilterra, lo sfruttamento in tal senso dei combustibili nucleari esausti presenti sul territorio permetterebbe di fornire energia al Paese per oltre 500 anni, almeno secondo le stime effettuate dal Department of Energy and Climate Change (DECC), ma a quale prezzo?

Lo sfruttamento delle scorie nucleari quali fonti energetiche richiederebbe infatti la costruzione di numerosi impianti tecnologici non ancora presenti sul mercato. I costi di produzione per tali nuovi strumenti di alta tecnologia non risulterebbero in ogni caso irrisori. Non possiamo inoltre esimerci dal considerare i possibili rischi derivanti dall’impiego di plutonio e uranio, tra gli elementi chimici più tossici in assoluto ed in grado di inquinare e contaminare larghe porzioni di territorio anche in minime quantità.

Visti i necessari costi economici e gli inevitabili problemi di sicurezza che potrebbero insorgere dall’impiego di scorie radioattive, sarebbe opportuno che un maggior numero possibile di Paesi del mondo orientassero i propri investimenti verso l’impiego di fonti rinnovabili. Eppure proprio nella nazione che al momento si sta impegnando nella realizzazioni di Olimpiadi imperniate sulla sostenibilità ambientale e sulla riduzione degli sprechi energetici, il Governo sta prendendo in considerazione l’ipotesi di ricorrere a nuovi metodi di sfruttamento delle scorie presenti sul territorio ‒ 35 mila tonnellate di uranio impoverito e più di 100 tonnellate di plutonio ‒ il cui corretto smaltimento richiederebbe in ogni caso un’ingente spesa monetaria.

Per l’impiego delle scorie, al fine di generare da esse nuova energia, sarebbe necessaria la costruzione di veri e propri nuovi reattori nucleari, sebbene dalla struttura più compatta. Il DECC aveva preso in considerazione l’opportunità di utilizzare impianti in grado di sfruttare l’azione combinata di plutonio e di atre sostanze ritenute meno pericolose, ma non in grado di garantire una elevata produzione di energia. Un simile impianto già presente a Sellafield, sito nucleare britannico affacciato sul Mar d’Irlanda, (costruito nel 1996 e attivo dal 2001) è stato chiuso nel 2011 per ragioni economiche ed operative.

GE Hitachi ha in seguito avanzato una proposta alternativa. Si tratta del reattore PRISM (Power Reactor Innovative Small Module), in grado di produrre energia a partire da plutonio esausto rielaborato. Una sua installazione proprio nel sopracitato sito nucleare inglese ha però visto di recente l’opposizione della Nuclear Decommissioning Authority, che si occupa dello smantellamento e della bonifica di territori che hanno visto sorgere su di essi impianti nucleari in seguito dismessi. Pare che la Gran Bretagna abbia comunque intenzione di proseguire, nei prossimi mesi, il dibattito relativo ad una possibile adozione dei nuovi reattori.

Le tecnologie proposte da GE Hitachi sono state sviluppate lungo gli ultimi decenni, ma nessuno dei nuovi impianti è stato finora commercializzato. A trattenere i governi sono in primis i costi necessari per l’acquisto degli stessi, che si prevedono molto elevati. Gli ideatori assicurano di aver dotato gli impianti di misure di sicurezza tali da scongiurare la fusione del nucleo nel caso del verificarsi di eventi simili a quanto accaduto a Fukushima.

Si parla inoltre di impianti modulari e poco ingombranti rispetto ai sistemi attualmente in uso nel Regno Unito, che dispone oggi di 9 centrali, per un totale di 19 reattori in funzione. Resta infine da prendere in considerazione il fatto che, annualmente, il Regno Unito basa sul nucleare la produzione del 15% dell’energia necessaria alle attività del Paese, percentuale che potrebbe essere coperta via via da un maggior ricorso alle rinnovabili, ma che, purtroppo, pare voglia essere incrementata proprio grazie alla realizzazione di ben 11 nuovi impianti nucleari entro il 2025.

Marta Albè

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