Intesa SanPaolo, smetti di investire nel Dakota Access Pipeline: minaccia le terre sacre degli indiani (mailbombing)

Dakota Access

Investireste il vostro denaro in un progetto che punta a far passare il petrolio nelle terre dei nativi attraversando gran parte degli Stati Uniti? Stiamo parlando del Dapl, l'ormai tristemente famoso oleodotto Dakota Access Pipeline. Tante le banche estere che stanno disinvestendo da questo progetto, ma l'italiana Intesa SanPaolo è ancora un investitore diretto. Per questo la ong Women's March ha organizzato un mail bombing per il 30 marzo.

L'obiettivo è quello di usare i social (Twitter e Facebook) e le email per inondare Intesa SanPaolo di messaggi, chiedendo di disinvestire dal Dakota Access Pipeline. Una vigorosa protesta online, per spingere uno dei maggiori istituti di credito italiani a lasciar perdere questo progetto che guarda solo allo sfruttamento delle fonti fossili, a danno dei Sioux di Standing Rock.

La tribù sostiene che l’oleodotto stia profanando le terre sacre, che stia violando le promesse sottoscritte nei trattati, nonché la sovranità della tribù stessa. Ma più di tutto i Sioux temono che il Dapl metta in pericolo le loro forniture di acqua dato che passa proprio sotto il fiume Missouri, la fonte principale per la riserva.

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dakota pipeline

Il Dakota Access Pipeline, lo ricordiamo, è un progetto di 3.780 milioni di dollari, volto alla costruzione di un oleodotto che colleghi i giacimenti del North Dakota, al confine col Canada fino ad arrivare all'Illinois, passando per il South Dakota e l'Iowa. L'oleodotto permetterebbe di trasportare qualcosa come 570.000 barili di idrocarburi al giorno alle raffinerie e ai mercati del Golfo di Messico e della costa est degli Stati Uniti.

Di recente, i Sioux sono stati costretti a lasciare i loro insediamenti, nonostante la fervida resistenza presso il campo di proteste di Oceti Sakowin, nato contro la realizzazione dell'oleodotto.

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La Norvegia ha detto addio al progetto. Storebrand, il più grande investitore privato del paese, si è tirato indietro e ha deciso di disinvestire dal Dakota Access Pipeline attraverso le tre società legate ad essa.

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Anche alcune città americane, ad esempio Seattle, hanno abbandondato il Dapl. E l'Italia?

Da tempo, Greenpeace lamenta la partecipazione di Intesa SanPaolo lanciando una petizione per invitare la banca a smettere di finanziare il progetto:

La più grande Banca Italiana, Intesa SanPaolo, fa parte del consorzio di finanziatori di questo controverso progetto. Abbiamo scritto una lettera ufficiale ad Intesa Sanpaolo per chiedere se ha intenzione di continuare a finanziare la distruzione delle terre dei Sioux e di mettere a rischio l'acqua potabile di tutta quella zona, oppure se deciderà di non impegnare i soldi dei propri clienti per un progetto tanto pericoloso e controverso. Intesa Sanpaolo non ha ancora dato una risposta ufficiale, il tempo corre e il suo è un silenzio assordante!” spiega l'associazione.

Ma la protesta andrà oltre e passerà anche per il web. Il 30 marzo sarà possibile inondare di messaggi Intesa SanPaolo

“Per fare più impatto con il vostro messaggio, potete taggare: @corriere, @repubblicait, @ilmessaggeroit, @lastampa, @rainews, @radiopopmilano, @lifegate, @tgla7, @mediasetTgcom24, @TheLocalItaly, @TheLocalEurope” spiegano gli organizzatori

Ecco il messaggio per TWITTER:

@intesasanpaolo Toglierete i vostri investimenti in DAPL? I miei soldi non devono andare per combustibili

fossili! #NoDAPL #DivestDAPL

E quello per FACEBOOK/LINKEDIN/EMAIL:

Dovete spiegare l’investimento in DAPL usando i fondi dei vostri clienti. Attendiamo risposte! #DivestDAPL #NoDAPL #waterislife #acquaevita

Francesca Mancuso

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