Pepsi fa causa a 13 contadini indiani per aver coltivato senza autorizzazione una patata brevettata

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Coltivavano una patata brevettata e la PepsiCo li ha trascinati in tribunale chiedendo un indennizzo di circa 125 mila euro a testa.

Capita anche questo ai contadini indiani che, per colpa della multinazionale, si sono trovati nel bel mezzo di una guerra legale. Motivo? Avrebbero curato la coltivazione, senza autorizzazione alcuna, di una patata sulla quale vige un’esclusiva da parte del colosso delle bollicine (dalla quale produce le patatine in busta Lay’s).

È stata proprio Pepsi a importare la patata in India alla fine degli anni ‘80, fornendola a un gruppo di contadini che da allora gliela rivendono a prezzo fisso. Ad oggi, infatti, PepsiCo è il più grande acquirente di patate in India e tra le prime aziende a lavorare con migliaia di agricoltori locali per coltivare una specifica varietà protetta di patate. Si tratta della FC5m, che ha un livello di umidità tale da renderle adatte a essere impiegate per preparare patatine imbustate.

Secondo quanto si legge, qualcuno avrebbe sottratto quella varietà di patate per coltivarla in altri posti. Tra gli accusati, infatti, quattro dei contadini sono dello stato del Gujarat, gli altri nove dei distretti di Sabrarkantha e Aravalli.

Quanto ai quattro agricoltori del Gujarat, nel corso dell’udienza, la multinazionale ha presentato un ricorso giudiziario e proposto che “i coltivatori diventassero parte del suo programma di agricoltura” (dovrebbero comprare semi e vendere i prodotti all’azienda a prezzi predeterminati): ossia i contadini, invece di pagare il risarcimento, dovrebbero firmare una dichiarazione in cui siano pronti a riconoscere che la proprietà dei diritti delle patate è della PepsiCo e si impegnino a consegnare ad essa il prossimo raccolto.

Tutta la storia ha naturalmente suscitato l’indignazione di agricoltori e attivisti preoccupati “che la Pepsi stesse sfruttando la sua influenza per interferire con l’approvvigionamento alimentare del paese. Il ruolo delle compagnie straniere nella produzione e nella vendita di cibo in India è un tema molto dibattuto, in particolare per quanto riguarda l’uso di colture geneticamente modificate”.

“Si tratta della sovranità delle sementi in India, della nostra sovranità alimentare e della sovranità nazionale”, ha detto Kapil Shah, un attivista che difende i contadini.

L’avvocato degli agricoltori, Anand Yagnik, non ha accettato ancora la proposta di mediazione, sostenuto com’è da una forte mobilitazione di attivisti che chiedono che lo stato si schieri a fianco dei contadini per sostenere la loro piena innocenza e salvare i raccolti. La sentenza definitiva è in programma il 12 giugno.

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Germana Carillo

 

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Giornalista pubblicista, laurea con lode in Scienze Politiche, un master in Responsabilità ed etica di impresa e uno in Editing. Scrive per Greenme.it dal 2009. È volontaria Nati per Leggere in Campania.
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