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Lo scorso weekend è partita la nuova campagna di sensibilizzazione della Lega Anti Vivisezione contro i cosmetici testati sugli animali che verrà bissata anche la prossima settimana. Il 9 e il 10 aprile infatti, gli attivisti saranno in molte piazze italiane per distribuire la nuova e pratica guida per imparare a riconoscere i cosmetici non testati sugli animali.

Con l’occasione la LAV ha anche lanciato una raccolta di firme per difendere il bando dell’Unione Europea che dovrebbe mettere fine a tutti gli esperimenti cosmetici sugli animali.

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Il 2013 dovrebbe rappresentare l’anno decisivo per la fine di questi inutili e dannosi test – ha detto Michela Kuan, biologa, responsabile della LAV - e per la sorte delle migliaia di animali ancora uccisi in questo ambito sperimentale, ma il divieto europeo rischia di slittare di altri 10 anni: Parlamento e Commissione UE potrebbero seguire il discutibile parere di esperti che sembrano favorevoli a un ulteriore posticipo del divieto, andando anche contro l’opinione pubblica che rappresentano, dichiaratasi fortemente contraria alla vivisezione soprattutto in questo ambito, e contro la sempre più ampia parte del mondo scientifico contraria ai test su animali La LAV vuole scongiurare questo rischio, che comporterebbe un ritardo nel progresso della ricerca e in termini di sicurezza, e per migliaia di animali ancora sofferenze e morte: il 9-10 aprile, in tante piazze d’Italia, i cittadini con una semplice firma possono aiutarci a difendere il bando europeo definitivo dei test cosmetici su animali”.

I cinque test di tossicità
Per testare la tossicità dei cosmetici, molte industrie praticano regolarmente 5 tipologie di test su topi, cavie e conigli. Vediamo nel dettaglio quali sono.
1) Tossicità per uso ripetuto: conigli e ratti sono costretti a mangiare o inalare gli ingredienti da testare; in alternativa la sostanza viene spalmata sulla pelle rasata per un periodo che può arrivare fino a 90 giorni e a fine esperimento l’animale viene soppresso.

2) Tossicità riproduttiva: femmine gravide di coniglio o ratto sono alimentate forzatamente con la sostanza da verificare e poi uccise per studiarne il feto.

3) Tossico cinetica: conigli e ratti sono costretti ad ingerire la materia prima, vengono poi soppressi per esaminare la distribuzione e l’accumulo della sostanza negli organi, quali assorbimento, distribuzione, metabolismo ed escrezione della sostanza presa in considerazione.

4) Sensibilizzazione cutanea: dopo essere stati rasati, cavie e topi vengono messi a contatto con la sostanza per determinare eventuali relazioni allergiche. Anche in questo caso – dopo la fine dell’esperimento - gli animali vengono regolarmente soppressi.
5) Cancerogenicità: i ratti sono alimentati forzatamente con la sostanza da testare per un periodo di almeno 2 anni, poi vengono uccisi per esaminare l’eventuale insorgenza del cancro.

Ma come facciamo a riconoscere i cosmetici cruelty free, ovvero quelli non testati sugli animali? Occhio all’etichetta!
Uno strumento importante per riconoscere un cosmetico non sperimentato sugli animali è sicuramente l’etichetta. Vediamo allora cosa vogliono dire le diciture che compaiono sulle etichette delle confezioni dei cosmetici.
1) Stop ai test su animali. Controllato da Icea per LAV, è l’unico disciplinare internazionale a garantire che le aziende aderenti non conducono, commissionano o prendono parte ad alcun test su animali, né acquistano materie prime, formulazioni o prodotti introdotti sul mercato dopo l’adesione allo Standard.

2) Clinicamente testato: fa riferimento al prodotto finito, indica che è stato oggetto di test su volontari, ma questo non garantisce di per sé che non siano stati effettuati anche test su animali.

3) Dermatologicamente testato: anche in questo caso la dicitura fa riferimento al prodotto finito, testato per valutarne gli effetti sulla pelle. Può essere considerata sinonimo di “clinicamente testato” e quindi non garantisce che non siano stati effettuati anche test su animali.

4) Microbiologicamente testato: si riferisce ai controlli che i prodotti cosmetici devono subire in fase di produzione per verificare contaminazioni da parte di funghi e batteri, potenzialmente pericolose per la pelle, ma – anche in questo caso – ciò non vuol dire che gli animali siano esclusi dalla sperimentazione.

5) Non testato su animali: è una dicitura non ufficiale, ma adottata volontariamente da molte aziende. La legislazione UE prevede la possibilità di apporre etichette di questo tipo solo se in nessun momento della filiera produttiva si è fatto ricorso a test su animali. Questo può essere verificato solo controllando tutti i fornitori di materie prime, come prevede lo Standard “Stop ai test su animali. Controllato da Icea per LAV”.

6) Cruelty free: la dicitura non è chiara, perché non è specifica all’ambito sperimentale; può riguardare anche solo l’origine dei prodotti, come nel caso di cosmetici privi di ingredienti di origine animale.

Verdiana Amorosi

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