Bicchieri, buste e bioplastiche compostabili tra i rifiuti organici fanno bene al compost o lo rovinano?

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Nel nostro Paese è in crescita la produzione di imballaggi in bioplastica compostabile, che vanno conferiti fra i rifiuti organici. Ma che impatto hanno sul compost domestico? E quali sono le criticità legate all'utilizzo di questi materiali? Proviamo a fare un po' di chiarezza

Libera Terra

Negli ultimi anni si è assistito a un boom di vendite di buste per la spesa e la frutta, bicchieri e imballaggi realizzati in bioplastica compostabile, un’alternativa decisamente più sostenibile alla tradizionale plastica, che finisce compromettere interi ecosistemi. Ancora oggi, però, su questo materiale c’è ancora confusione nel nostro Paese: a tanti, infatti, non è chiaro cosa si intende esattamente con il termine bioplastica e dove va conferita.

A confermarlo è Biorepack, il consorzio nazionale per il riciclo organico degli imballaggi in plastica biodegradabile e compostabile, attivo dal 2021.

Nonostante l’Italia sia da anni il top player indiscusso nel settore delle bioplastiche (da solo il nostro Paese rappresenta un terzo dell’intero comparto Ue), c’è ancora troppa disinformazione e impreparazione sul perché è importante effettuare una corretta raccolta differenziata dei rifiuti organici e perché insieme a loro vanno conferiti anche gli imballaggi in bioplastica compostabile, come sacchetti, stoviglie e cialde per le bevande certificate EN13432. – sottolinea il presidente di Biorepack Marco Versari – E questa scarsa informazione alimenta pericolose fake news.

Cosa si intende con bioplastica compostabile

La bioplastica è pensata in particolare per tutti quegli imballaggi usati per gli alimenti e oltre ad essere biodegradabile, è anche compostabile (spesso cambiati erroneamente come sinonimi). Ma cosa significa esattamente?

Con il termine compostabile ci si riferisce ad un prodotto dotato delle seguenti caratteristiche:

  • biodegradabilità (si degrada al 90% entro 6 mesi)
  • disintegrabilità (almeno il 90% si frammenta e perde di visibilità nel compost finale entro 3 mesi)
  • assenza di effetti negativi sul processo di compostaggio e sul prodotto finale

Leggi anche: “Abbiamo la prova che le bioplastiche disperse nell’ambiente non si biodegradano prima della plastica”, lo studio del CNR

Dove vanno conferiti gli imballaggi in bioplastica?

Dunque bicchieri, piatti, vassoi e alri imballaggi in bioplastica dove vanno gettati? La risposta è piuttosto semplice e intuitiva: nell’umido organico. Una volta trasportato negli impianti, questo materiale non va a rovinare il compost, al contrario della plastica tradizionale, come evidenziato da Biorepack.

“Per le loro caratteristiche, le bioplastiche compostabili si adattano perfettamente al nostro sistema produttivo e vengono trasformate in compost al pari della FORSU (Frazione Organica del Rifiuto Solido Urbano)” spiega Alberto Torelli, amministratore delegato di ACIAM, che gestisce l’impianto di compostaggio più grande dell’Abruzzo.

Le bioplastiche si comportano come altri materiali di origine vegetale, ad esempio la frutta o pezzi di legno.

 Le bioplastiche flessibili, come i sacchetti compostabili, sono equiparabili a una mela o a una buccia di arancia, per quanto riguarda i tempi di degradazione. – conferma Mario Mongelli, direttore tecnico dell’azienda pugliese di gestione di rifiuti PROGEVA, intervistato da Biorepack – Gli imballaggi rigidi, che comunque rappresentano più o meno l’1% della FORSU trattata, sono paragonabili a un pezzo di legno. Se alla fine di un primo processo di compostaggio non dovessero essere ancora del tutto degradate, vengono separate alla fine del ciclo per essere reimmesse in testa.

Tuttavia, c’è una regola da tenere bene in mente. Per essere conferito nell’umido organico, un imballaggio deve essere certificato compostabile. Su di esso deve essere presente uno di questi simboli:

compostabile

@Junker

In Italia, ancora oggi 4 buste della spesa su 10 sono illegali in quanto non biodegradaibili, come emerso da una recente indagine della Commissione Ecomafie.

Quando si parla di bioplastiche, inoltre, c’è un altro problema da considerare: le certificazioni, che dovrebbero garantire che le plastiche compostabili in commercio si biodegradano, non sempre riproducono correttamente le condizioni degli impianti, come denunciato da Greenpeace in un nuovo report, dove viene svelato quello che viene definito l’ennesimo cortocircuito di una presunta “svolta green”.

In Italia il 63% della frazione organica è inviata in impianti (anaerobici) che difficilmente riescono a degradare la plastica compostabile conferita in questa filiera. – fa notare l’associazione – E il restante? Confluisce in siti di compostaggio dove non è detto che resti il tempo necessario a degradarsi rappresentando un problema più che un’opportunità. Cosa resta quindi dei test di laboratorio che garantiscono il marchio “green”? Sembra che non rispecchiano cosa poi accadrà negli impianti. Per un totale scollamento tra norma, impiantistica e quel che credono i consumatori.

Bisogna chiarire, quindi, che anche se i prodotti in bioplastica sono idonei al compostaggio industriale, nelle compostiere domestiche i tempi di decomposizione sono decisamente più lunghi, come ricorda anche l’app Junker. Quindi è più corretto conferirli nell’umido, evitando di gettarli nel sistema di compostaggio del proprio orto o giardino.

Come vengono trattate le bioplastiche compostabili

Che fine fanno gli imballaggi in plastica biodegradabile e compostabile che ricicliamo? Questi rifiuti subiscono un trattamento specifico in impianti di compostaggio industriale dislocati in tutta Italia per poi essere trasformani in compost, alleato prezioso per nutrire i nostri suoli, combattere la desertificazione e il riscaldamento globale.

Ogni anno, grazie al riciclo degli imballaggi in bioplastica compostabile in Italia vengono prodotte oltre 2 milioni di tonnellate di compost
e risparmiare 4,3 milioni di tonnellate/anno di C02.

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Fonti: Biorepack/Junker/Greenpeace

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Laureata in Media, comunicazione digitale e giornalismo all'Università La Sapienza, ha collaborato con Le guide di Repubblica e con alcune testate siciliane. Appassionata da sempre al mondo del benessere e del bio, dal 2020 scrive per GreenMe

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