Altro che compost! La plastica compostabile non degrada così facilmente negli impianti dell’umido

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La maggior parte dei rifiuti organici in Italia finisce in impianti che non sono in grado di trattare efficacemente i materiali in plastica compostabile, che così finiscono in inceneritori o in discarica, con buona pace della presunta sostenibilità

L’Italia è tra i pochissimi Paesi in Europa dove i prodotti in plastica compostabile sono raccolti insieme ai rifiuti organici. Nella maggior parte dell’Unione europea, invece, la plastica “green” viene gettata nei rifiuti indifferenziati. Tutto nella norma comunque?

No, perché almeno il 63% dell’umido italiano finisce in impianti che difficilmente riescono a degradare la plastica compostabile, mentre il restante va in siti di compostaggio dove non è detto che la plastica compostabile resti il tempo necessario a degradarsi.

C’è qualcosa che non torna, dunque, e tutto ciò anche alla luce del fatto che nessun consumatore, prima di metterli nel bidone dell’umido, sa che sarebbe opportuno tagliare i prodotti in plastica compostabile delle dimensioni necessarie a renderli effettivamente compostabili secondo i test di laboratorio e che l’Italia è tra gli unici Paesi europei dove nel bando del monouso in plastica non sono inclusi i prodotti in plastica compostabile.

È quanto emerge dall’ultima indagine dell’Unità Investigativa di Greenpeace Italia, secondo cui la maggior parte dei rifiuti organici in Italia finisce in impianti che non sono in grado di trattare efficacemente i materiali in plastica compostabile.

Che cos’è la plastica compostabile?

Con il termine “plastica compostabile” si intendono le plastiche certificate conformi allo standard europeo EN 13432, relativo agli imballaggi, o allo standard europeo EN 14995, per gli altri manufatti diversi dagli imballaggi. Queste 2 certificazioni assicurano che il materiale sia biodegradabile e compostabile in un dato tempo in impianti di compostaggio industriale, ovvero:

  • un prodotto è definito biodegradabile se si degrada in anidride carbonica, acqua e biomassa, sotto l’azione di microrganismi e in presenza di ossigeno. Un prodotto biodegradabile può essere sia di origine naturale (es: mais) sia realizzato a partire da plastiche di origine fossile
  • un prodotto è definito compostabile se, durante un processo di compostaggio, si decompone senza creare ostacoli nell’impianto di trattamento e senza influire negativamente sulla qualità del compost finale. In nessun modo l’aggettivo compostabile si riferisce alla capacità di un materiale di degradarsi in ambiente naturale (es. suolo, mare)

Per essere certificato come biodegradabile e compostabile, un materiale deve avere alcune specifiche caratteristiche, come:

  • superare il test di biodegradabilità, ovvero degradarsi almeno del 90% in 6 mesi in un ambiente ricco di anidride carbonica
  • superare il test di disintegrazione, ovvero dopo 12 settimane a contatto con materiali organici il materiale deve essere costituito almeno per il 90% da frammenti di dimensioni inferiori a 2 mm.

Una volta superati questi test in laboratorio, il manufatto in “plastica compostabile” può richiedere agli enti certificatori il marchio “Ok compost”, oppure “Compostabile Cic”.

La plastica compostabile è equiparabile agli scarti alimentari? No, è solo un’operazione di greenwashing all’italiana

Le analisi svolte da Greenpeace Italia hanno evidenziato le problematiche legate alla gestione dei rifiuti derivanti da prodotti in plastica compostabile, che in Italia – a differenza che nella maggior parte dei Paesi europei – devono essere conferiti per legge nella raccolta differenziata dei rifiuti organici. Infatti, in Italia il 63% della frazione organica è inviata in impianti (anaerobici) che difficilmente riescono a degradare la plastica compostabile conferita in questa filiera.

La restante parte va invece in siti di compostaggio dove non è detto che resti il tempo necessario a degradarsi. rappresentando un problema più che un’opportunità.

La loro gestione una volta diventati rifiuti, quindi, diventa il vero paradosso perché la maggior parte dei rifiuti organici in Italia finisce in impianti che non sono in grado di trattare efficacemente i materiali usa e getta in plastica compostabile, che così finiscono in inceneritori o in discarica.

L’Unità Investigativa di Greenpeace Italia ha svelato l’ennesimo cortocircuito di questa presunta svolta green che, non a caso, è presente in pochissimi stati europei. Nella maggior parte dell’Europa, infatti, è normale gettare i prodotti in plastica compostabile nell’indifferenziato. Al contrario in Italia, si fa credere ai cittadini che la plastica compostabile non abbia alcun impatto sull’ambiente.

È difficile quantificare quanti siano, in Italia, gli impianti in grado di trattare efficacemente le plastiche compostabili: sicuramente meno della metà, ma la legge di questo non ha tenuto conto – commenta Luca Mariotto, direttore di Utilitalia, Federazione delle imprese di acqua, ambiente ed energia. Così si è ampliato il disallineamento – continua Mariotto – tra quanto stabilisce la legge, quel che è un risultato di laboratorio, quel che crede il consumatore e quel che avviene realmente negli impianti.

Tanto che al momento, dire che la plastica compostabile sia equiparabile agli scarti alimentari è solo un’operazione di greenwashing.

Cosa succede nella realtà?

Vedendo un prodotto usa e getta con la scritta “compostabile”, il consumatore potrebbe pensare che siano stati fatti determinati test per garantire che il dato prodotto sia effettivamente assimilabile agli scarti alimentari. E così avviene: per ottenere la certificazione conforme alle norme (UNI EN 13432 o UNI EN 14995 come dicevamo sopra) i prodotti immessi sul mercato devono rispettare specifici criteri di biodegradabilità e compostabilità.

Il problema è che le certificazioni fatte in laboratorio, che dovrebbero garantire che le plastiche compostabili in commercio si biodegradano, non sempre riproducono correttamente le condizioni che si trovano negli impianti. Un oggetto con il marchio “compostabile” può in realtà non degradarsi in un impianto di compostaggio. La norma, infatti, richiede ai laboratori di fare i test su campioni 31 in plastica compostabile interi, se il prodotto è di piccole dimensioni (come la cialda di caffè), oppure di tagliarli in pezzi se il prodotto è di dimensioni maggiori (come un piatto o bicchiere usa e getta).

Nel dettaglio, i prodotti di dimensioni maggiori, devono essere “tagliati in formato 10×10 cm se si tratta di un film e 5×5 cm per tutti gli altri tipi di materiale, compresa la plastica compostabile rigida”, precisa Sara Daina, esperta di test di laboratorio e specializzata in packaging. Eppure è difficile che un consumatore, prima di metterli nel bidone dell’umido, tagli i prodotti in plastica compostabile in queste dimensioni. Ciò indica il fatto che i test di laboratorio sono fatti su un prodotto che non sempre rispecchia quello che compriamo e gettiamo nell’umido.

QUI scarichi il rapporto completo.

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Fonte: Greenpeace

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Giornalista pubblicista, laurea con lode in Scienze Politiche, un master in Responsabilità ed etica di impresa e uno in Editing. Scrive per greenMe dal 2009. È volontaria Nati per Leggere in Campania.

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