Il modo migliore per proteggere il Pianeta è salvare gli indigeni che difendono le terre ancestrali

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Le tribù indigene preservano da sempre la biodiversità della Terra, ma sono sempre più a rischio estinzione. Per salvare il Pianeta bisogna innanzitutto proteggere loro

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Se ne parla ormai da diverso tempo: per proteggere la biodiversità l’Onu sta pianificando di trasformare il 30% del Pianeta in aree protette nel giro dei prossimi 8 anni. L’obiettivo sarebbe quello di consentire agli ecosistemi di aver il tempo di rigenerarsi e trovare un nuovo equilibrio entro il 2050. Un progetto indubbiamente ambizioso, ma ce n’è davvero bisogno? Piuttosto sarebbe il caso di fermare la deforestazione selvaggia che sta distruggendo zone di vitale importanza per la biodiversità come l’Amazzonia e soprattutto salvaguardare quelle popolazioni indigene che da secoli si prendono cura della natura con grande impegno e rispetto.

Il piano dell’Onu per contrastare la perdita di biodiversità

Ma cosa prevede esattamente il progetto delle Nazioni Unite? Come anticipato, il piano – noto anche come 30×30 – si prefigge di mettere sotto tutela il 30% delle superfici emerse e degli oceani del nostro Pianeta. Al momento ad essere protette sono circa il 15% delle terre emerse e il 10% dei mari. Secondo un recente report dell’IUCN, sul nostro Pianeta ci sono circa 200mila aree protette, che coprono quasi 20 milioni di chilometri quadrati e la maggior parte appartengono all’America Latina.

Il progetto 30×30 è stato oggetto della Convenzione sulla diversità biologica, meglio conosciuta come COP15, che si è tenuta nel 2021 a Kunming (in Cina). Con la Dichiarazione di Kunming i Paesi partecipanti hanno deciso di impegnarsi attuando una serie di politiche di ripristino entro il 2030, sottolineando l’urgenza di arrestare la perdita di biodiversità attraverso l’istituzione di nuove aree protette. Al momento, però, non esiste ancora una tabella di marcia ben precisa e molto probabilmente sarà definita nel summit in programma nelle prossime settimane.

Una soluzione alternativa al piano 30×30

Ma il piano 30×3 è davvero la soluzione più indicata per preservare la biodiversità? In realtà questo progetto presenta qualche criticità, soprattutto per le popolazioni indigene che risiedono nelle aree in questione. A mettere in guardia sui rischi è il movimento Survival International, che da anni si batte per la tutela dei popoli indigeni. Secondo Survival International, infatti, il piano delle Nazioni Unite, “comporterà l’accaparramento di molte terre indigene e la loro trasformazione in riserve o parchi nazionali militarizzati in cui sfratti, omicidi, torture e stupri sono all’ordine del giorno.”

Anziché contrastare le vere cause della distruzione ambientale e chi ne è più responsabile (il sovra-consumo crescente e lo sfruttamento delle risorse naturali per profitto trainati dal Nord globale) – sottolinea il movimento – queste misure colpiranno soprattutto i popoli indigeni. I popoli indigeni costituiscono circa il 6% della popolazione mondiale, eppure l’80% dei luoghi a più alta biodiversità della Terra si trova nei loro territori. Hanno protetto il pianeta meglio di chiunque altro e sono i meno responsabili della distruzione ambientale, ma paradossalmente il prezzo più alto verrà addebitato a loro.

In effetti gli indigeni rappresentano in assoluto i migliori custodi della biodiversità. A confermarlo sono diversi studi, tra cui uno apparso qualche  mese fa sulla rivista Proceeding of the National Academy of Science, che rivela come una regione della foresta pluviale dell’Amazzonia occidentale sia rimasta praticamente inalterata nel corso di ben 5 millenni, nonostante gli insediamenti umani.

I nativi della regione amazzonica sanno bene come vivere in maniera sostenibile ed è proprio da loro che dovremmo imparare a vivere in armonia con la natura. Purtroppo, però, le tribù indigene sono sempre più spesso vittime di violenze e a rischio sterminio, in particolare in Amazzonia. Da quando in Brasile si è insediato il Presidente Jair Bolsonaro la deforestazione ha raggiunto livelli record e il Paese ha fatto enormi passi indietro in materia di protezione dei diritti territoriali delle popolazioni indigene, i cui territori vengono svenduti alle compagnie minerarie e del legno. Nel silenzio generale vengono trucidati da trafficanti di droga e legname. Ormai sono tutt’altro che al sicuro e di conseguenza non possono più difendere la biodiversità, come hanno sempre fatto facendo un regalo all’umanità e all’ambiente.

Se davvero vogliamo salvaguardare il nostro Pianeta, il primo passo da compiere è tutelare questi custodi delle terre ancestrali che in maniera discreta svolgono una grande missione.

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Laureata in Media, comunicazione digitale e giornalismo all'Università La Sapienza, ha collaborato con Le guide di Repubblica e con alcune testate siciliane. Appassionata da sempre al mondo del benessere e del bio, dal 2020 scrive per GreenMe

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