Microplastiche negli oceani: il video shock della Nasa che mostra come stiamo distruggendo il nostro pianeta

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Le microplastiche accumulate (per colpa nostra) negli oceani in un video shock della Nasa che dovrebbe farci riflettere

Le microplastiche accumulate (per colpa nostra) negli oceani in un video shock della Nasa: un gruppo di ricerca guidato dall’Università del Michigan ha mappato la concentrazione di questi inquinanti nei nostri mari e ha confezionato un’animazione inquietante che dovrebbe farci riflettere.

Ogni anno circa 8 milioni di tonnellate di plastica prodotte dalle attività umane fluiscono dai fiumi e dalle spiagge nell’oceano. Trasportate dalle correnti oceaniche e scomposte dalle onde e dalla luce solare in piccole microplastiche, gran parte di loro si accumula nei centri calmi dei vortici oceanici in grandi distese di spazzatura galleggiante.

Il Great Pacific Garbage Patch, tra la California e le Hawaii, è il più noto perché è attraversato da un gran traffico navale ed è davvero una spaventosa isola di plastica, la più grande del mondo.

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Generalmente gli scienziati stimano la quantità di plastica nei rifiuti marini trascinando reti dietro le barche. Tuttavia questo metodo di campionamento è geograficamente “random” e non fornisce dettagli sulle modifiche delle concentrazioni nel tempo.

Ora un team dell’Università del Michigan ha sviluppato un metodo per mappare la concentrazione di microplastiche oceaniche in tutto il mondo, utilizzando i dati di otto microsatelliti parte della missione Nasa Cyclone Global Navigation Satellite System (Cygnss).

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©Nasa Earth Observatory

In particolare i segnali radio dei satelliti GPS si riflettono sulla superficie dell’oceano e i satelliti rilevano tali riflessioni. Gli scienziati hanno quindi analizzato tali segnali per misurare la rugosità della superficie oceanica, dati da cui si è ottenuta la velocità del vento oceanico, a sua volta utile per studiare fenomeni come gli uragani. Ma anche per evidenziare la presenza di microplastiche: quando c’è plastica o altri detriti vicino alla superficie dell’oceano, infatti, le onde vengono smorzate e la superficie del mare è meno ruvida di quanto sarebbe altrimenti.

In acque più pulite, c’è un alto grado di accordo tra la rugosità dell’oceano e la velocità del vento – spiega Chris Ruf, primo ricercatore della missione Cygnss e coautore della ricerca – Ma mentre ti dirigi verso il Great Pacific Garbage Patch, si nota una discrepanza maggiore tra le misurazioni della velocità del vento e la rugosità della superficie

Confrontando le misurazioni della rugosità Cygnss con quelle Noaa della velocità del vento oceanico e combinando queste osservazioni con la precedente modellizzazione della plastica oceanica, gli scienziati hanno mappato le concentrazioni di microplastiche negli oceani per più di un anno (aprile 2017 – settembre 2018).

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I dati sono stati raccolti tra circa 38 gradi nord e 38 gradi sud di latitudine, il raggio di osservazione della missione Cygnss. Il set sulle microplastiche è stato poi pubblicato dal Physical Oceanography Distributed Active Archive Center (PO.DAAC) della NASA.  

Questa è la prima mappatura della storia di microplastiche oceaniche su un’area così ampia e su scala giornaliera.

Tali dati rivelano alcune variazioni stagionali nelle concentrazioni di microplastiche. Nel Great Pacific Garbage Patch, ad esempio, le concentrazioni di microplastiche appaiono maggiori in estate e inferiori in inverno, forse a causa del rimescolamento più verticale dell’oceano quando le temperature sono più fresche.

I ricercatori hanno anche creato viste time-lapse di tutti i principali fiumi del mondo, rilevando quantità particolarmente elevate di microplastiche provenienti dallo Yangtze e dal Gange.

E non finirà qui. Infatti anche l’Interagency Implementation and Advanced Concepts Team (Impact) della Nasa sta sviluppando un modo innovativo per rilevare i detriti oceanici e la plastica, utilizzando strumenti di calcolo open source e immagini di Planet Labs per addestrare un modello in grado di rilevare ed etichettare automaticamente i detriti marini in immagini satellitari ad alta risoluzione.

Il codice open source che hanno sviluppato, disponibile su Impact GitHub, potrebbe essere utilizzato anche per rilevare altri impatti umani sulla Terra come quelli indotti da edifici e strade.

Il lavoro è stato pubblicato su IEEE Transactions on Geoscience and Remote Sensing.

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Fonti: Nasa Earth Observatory / IEEE Transactions on Geoscience and Remote Sensing

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Roberta De Carolis ha una laurea e un dottorato in Chimica, e ha conseguito un Master in comunicazione scientifica. Giornalista pubblicista, scrive per GreenMe dal 2010.

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