Gianni Silvestrini a GreenMe: “La Cop26 ha segnato in ogni caso un avanzamento chiaro ed evidente”

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Due chiacchiere col direttore scientifico di Kyoto Club Gianni Silvestrini, in attesa che da Glasgow arrivi un documento di intesa.

“Quest’anno si poteva fare di più, si doveva fare di più, ma penso che da Kyoto a Parigi a Glasgow ci sia stato un avanzamento chiaro ed evidente, con impegni sempre maggiori”, ne è convinto il Direttore scientifico di Kyoto Club Gianni Silvestrini, con cui abbiamo scambiato due chiacchiere mentre alla Cop26 si definiva il testo di chiusura.

Aprendo i giornali oggi sembra di assistere al (non) esito di un match sportivo: si parla di titoli supplementari perché ormai è inteso che la partita a Glasgow è ancora aperta, nonostante la fine ufficiale dei lavori. A questo punto, mi viene in mente l’idea di un imminente fallimento o lei è più positivo?

Sono più positivo, sì. Tutti vorrebbero che la battaglia sul clima sia decisamente più rapida, ma si deve tener conto che queste conferenze devono essere firmate da tutti i Paesi. Questo è successo a Kyoto, è successo a Parigi e succederà anche a Glasgow. Il che significa che mettere insieme Arabia Saudita e Maldive non è una cosa semplice. Anzi, faccio una considerazione: a Kyoto si erano impegnati solo i Paesi industrializzati, a Parigi si era definito l’obiettivo del grado e mezzo ma senza accordi vincolanti, ora alla Cop26 sono stati fatti passi in avanti. Prima di tutto, ridurre le emissioni di metano – che è una cosa importante per le perdite che si hanno -, poi la deforestazione dal 2030 e poi soprattutto, se rimane nel testo finale, arrivare a evitare di usare il carbone nelle centrali se non viene abbattuta la CO2, cioè il CCS (la cattura e lo stoccaggio del carbonio, che prevede di catturare l’anidride carbonica di scarto proveniente dalle centrali elettriche e di trasportarla a un sito di stoccaggio, dove non verrà immessa nell’atmosfera, ndr). Il CCS, non si può fare dappertutto, a parte che è molto costoso…

Perché sulla decarbonizzazione non si riesce a trovare una data comune?

Pensi che a Parigi non si erano nemmeno fissati i target di decarbonizzazione al 2050, adesso invece la maggioranza dei Paesi del mondo si è data proprio questo obiettivo e considero molto importante che l’Arabia e la Russia abbiano definito una data al 2060, perché significa che i due Paesi – che sono grandi produttori di combustibili fossili – hanno capito che la strada della decarbonizzazione è inevitabile. L’India al 2070 è una sorta di contrattazione: se ricevesse effettivamente i soldi che i Paesi ricchi hanno promesso, probabilmente la corsa alle rinnovabili sarebbe più veloce. Non lo penso solo io, ma anche il direttore dell’IEA, Fatih Birol: le posizioni dell’India, ma anche della Cina, potrebbero nei prossimi anni venire anticipate.

L’elemento debole finora, piuttosto, è che pochi Paesi hanno adottato obiettivi chiari al 2030, ma l’improvviso accordo Cina/USA avrà sicuramente un grosso peso e riaccende le speranze, anzi so che martedì ci sarà una telefonata tra Biden e Xi Jinping, quindi di fatto è una Cop che poi si prolungherà…

C’è poi tutto il discorso di una possibile rivisitazione l’anno prossimo di tutti i target al 2030.

Beh, a proposito, anche la scelta di svolgere la prossima Cop in Egitto…

Probabilmente significa spostare i Paesi arabi e ammorbidire le loro posizioni.

Dalla Cop26, quindi, torniamo a casa soddisfatti?

Quest’anno si poteva fare di più, si doveva fare di più, però penso che questo avanzamento da Kyoto a Parigi a Glasgow sia chiaro ed evidente, con impegni sempre maggiori. Non ci sono tasselli che rimangono scoperti e in tutto questo pare che l’Europa abbia ripreso una leadership che si era un po’ appannata.

Ci sono diversi elementi che sottendono una progressiva accelerazione, che penso sia motivata da tre ragioni, dalla spinta dal basso grazie ai giovani; dall’intensificarsi di fenomeni estremi e dal fatto che abbiamo avuto negli ultimi 5/10 anni un abbattimento dei costi delle tecnologie che rendono fattibili obiettivi che prima sembravano insostenibili. Penso alle batterie, all’eolico, al fotovoltaico per esempio, il che ci consente di andare verso target ambiziosi come quello di avere un sistema di generazione elettrica al 100% rinnovabile. Tutto ciò renderebbe fattibile una transizione senza bisogno di incentivi.

Questo abbattimento dei costi è una opportunità che l’Italia non sta cogliendo appieno. Si vuole e si deve puntare alle rinnovabili, questo è oramai assodato, eppure c’è tutta una serie di processi autorizzativi che di fatto bloccano il settore da 8 anni. Dov’è il problema?

Il problema è la sbornia che abbiamo avuto nel 2009, quando il Governo Berlusconi sembrava voler fare ma non ha poi avuto la capacità di ridurre gli incentivi parallelamente alla riduzione dei costi. Cosa che hanno subìto anche altri Paesi: la Spagna, per esempio, la Germania pure, ma qui più saggiamente si è riusciti ad abbassare le tariffe. Il problema in Italia non sono gli incentivi, sono proprio le autorizzazioni ed è un problema che in parte riguarda le Regioni, in parte le Soprintendenze (ci sono già 3mila megawatt approvati che dovrebbero essere sbloccati) e in parte le opposizioni locali. 

Il nostro Paese si è praticamente deindustrializzato negli ultimi 15/20 anni e per tanti motivi. Questa potrebbe essere una grande occasione per evitare gli errori che si son fatti in Europa, quando, negli anni addietro, sono stati fortemente sussidiati i produttori cinesi. Adesso l’Europa ha capito e per esempio sulle batterie è riuscita a creare un’industria europea, così come c’è mi viene in mente il movimento per far ritornare l’industria del fotovoltaico nei vari Paesi: la possibilità di automatizzare molti processi consente di ridurre di molto il costo tra un impianto fatto in Europa e uno fatto in Cina. 

Aspetto importante è anche quello che riguarda Sole e vento: pensi al Sud Italia, dove ci sarebbero il grosso delle rinnovabili. Qui si potrebbe creare il fulcro dell’industria e generare occupazione. Cito Catania, Termoli… Nei prossimi 5 o 6 anni si potrebbe davvero cambiare il passo.

L’Italia non sottoscrive lo stop alle auto fossili nonostante detenga il record Bandiera dell’Unione Europea per densità di auto, responsabili del 16% delle emissioni. Il ministro ha detto che non lo hanno firmato perché non cade in trappole ideologiche. Lei che ne pensa?

Il settore dell’auto è in grave difficoltà. Mi aspettavo che il PNRR desse maggiore spinta a questa riqualificazione e le dirò: la Motor Valley emiliana ha capito che muoiono se non cambiano modello di business, anche perché molti di loro lavorano per la Germania. Quello che ha detto il ministro non ha né capo né coda. Non si capisce questa incertezza italiana.

Leggi anche: Cop26, l’Italia non firma l’accordo per mettere al bando le auto a benzina entro il 2035

La Tassonomia: l’Unione europea deve decidere quali sono le energie che ci consentiranno di fare la transizione dalle fossili alle rinnovabili, la Francia vorrebbe – si sa – includere il nucleare, e in Italia se n’è ricominciato a parlare nuovamente. Insomma, non si molla…

Beh il nucleare è un falso problema, solo un bagno di sangue, un disastro economico e di tempi: mentre per fare 100/200 megawatt ci metti un anno e mezzo, per fare il nucleare ce ne metti da 8 a 12. In Italia poi nemmeno si parla di nucleare, dopo 20 anni non si vede nulla, per adesso è solo chiacchiere e distintivo. Se io adesso volessi fare il nucleare in Italia dovrei aspettare i nuovi reattori, che ora non ci sono.

Quindi, di che cosa stiamo parlando?

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Giornalista pubblicista, laurea con lode in Scienze Politiche, un master in Responsabilità ed etica di impresa e uno in Editing. Scrive per greenMe dal 2009. È volontaria Nati per Leggere in Campania.

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