Transizione energetica, verso la Cop26: vediamo tutte le questioni chiave da tenere d’occhio con Mariagrazia Midulla, WWF

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Cop26: con Mariagrazia Midulla, responsabile Clima ed Energia WWF Italia affrontiamo il tema del panorama energetico.

In vista della Cop26, greenMe apre uno spazio di riflessione con una serie di esperti, scienziati e attivisti che sostengono la lotta contro la crisi climatica, per capire insieme cosa aspettarci dalla nuova Conferenza Onu di Glasgow e cosa fare perché abbia successo 

“Dobbiamo stare attenti a non cedere ai ricatti del vecchio che impediscono l’affermarsi del nuovo. Questa non è una battaglia che si può scegliere, è una battaglia che dobbiamo fare per forza”: con Mariagrazia Midulla, responsabile Clima ed Energia WWF Italia affrontiamo il tema del panorama energetico e analizziamo punto per punto tutti gli scenari possibili. 

Crisi energetica che sta lasciando l’Europa alla ricerca di gas naturale e carbone, la Cina che annuncia che non costruirà più centrali elettriche a carbone all’estero ma che continua a costruirne di nuove sul proprio territorio, Francia e altri 10 Paesi europei che spingono verso il nucleare. Insomma, il panorama energetico delinea una crisi profonda. Come arriveremo mai a degli accordi alla Cop26?

Io penso che la pressione dell’opinione pubblica sia fortissima. Più parlo con le persone e più mi rendo conto che un fallimento sarebbe un fallimento di una classe politica in tutti i Paesi. Ovviamente la trattativa non sarà facile, ma è anche vero che dobbiamo stare attenti a non cedere ai ricatti del vecchio che impedisce l’affermarsi del nuovo.

È chiaro che dobbiamo anche fare in modo che la transizione non abbia un impatto sulle fasce deboli, ma i provvedimenti che il Governo ha messo in campo, francamente, sono a vantaggio di tutti, non solo dei più poveri. È vero, così facendo c’è qualcuno che ha fatto grandi guadagni con l’aumento del prezzo del gas e non ce l’hanno nascosto – ENI ha guadagnato 1 miliardo di euro – chiosa Midulla, ma nel contempo il prezzo di tutto questo lo pagano i consumatori e il contribuente. E questo non è ammissibile, tanto più che poi i soldi vengono presi dai soldi delle rinnovabili dal fondo Emission Trading.

Secondo me, i Governi in questo momento hanno bisogno di avere l’occhio lungo: oltre a fissare obiettivi entro il 2050, devono anche fissare obiettivi molto maggiori entro il 2030 e dare il segnale di accelerare la propria azione. Se gli obiettivi saranno ambiziosi, poi, daranno anche una sferzata al sistema economico. Penso di nuovo alle rinnovabili che sono anche una manna dal punto di vista dell’impatto sul sistema sanitario, per esempio…

Parlando di obiettivi ambiziosi, allora, in questi giorni Cingolani ha ribadito che l’eliminazione dei Sussidi ambientalmente dannosi non è più negoziabile, ma che non si devono e non si possono creare scompensi sociali. Insomma, saranno eliminati o no?

Io credo che in questo momento ci sia qualcuno che voglia un po’ giocare sulla questione dei SAD. È ovvio che bisogna eliminarli senza se e senza ma, ma bisogna fare in modo che i settori che attualmente ne beneficiano possano avere le risorse per una rapida riconversione nel senso della transizione. Quindi più mezzi elettrici rispetto ai mezzi a gas, per esempio, o sistemi di alimentazione delle serre diversi rispetto agli attuali diesel (perché noi stiamo finanziando addirittura il diesel per le serre), e così via.
Inoltre, un’altra cosa importante per l’eliminazione dei sussidi credo sia partire dal presupposto che l’unico modo per applicarli in modo socialmente accettabile sia rendere palese il vantaggio sociale. Quindi se io prendo quei soldi e li metto nella fiscalità generale è ovvio che le persone non sono contente per nulla, ma se invece do loro uno sfogo ambientale e anche sociale, per esempio nel Sistema sanitario nazionale, allora questi vantaggi sociali sono riconosciuti talmente tanto che le persone li apprezzano. Poi ci sarà sempre qualcuno che soffierà sul fuoco.

Dal rapporto IPCC di agosto scorso, c’è stato un segnale molto serio: se non riduciamo le emissioni sarà complicato ridurre il riscaldamento globale. Secondo lei, siamo ancora in tempo a porre rimedio ai danni inferti al Pianeta?

Non siamo in tempo per non subire alcuni effetti, perché abbiamo già messo mano al sistema climatico. Ma a mio parere siamo assolutamente in tempo per fermare il cambiamento climatico che rivoluziona il mondo come lo conosciamo e che rende molto difficili le condizioni delle generazioni future. Questa non è una battaglia che si può scegliere, è una battaglia che dobbiamo fare per forza. Saremmo la prima generazione contro natura, perché una delle leggi che legano tutte le specie è quella che si cerca di preservare la conservazione della specie. Una cosa che è molto importante è che tutti si sentano responsabili, ma ancora non si è avviata una grande riflessione collettiva. E i giovani in primis dovrebbero fare questa sorta di riflessione per invertire la tendenza. Se vogliamo tornare alla Cop26, bisogna fare in modo di rendere perseguibile l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi vitale per tutti, soprattutto per i Paesi del Mediterraneo, compresa l’Italia. Dopodiché è essenziale che i Paesi che si sono impegnati a sostenere l’adattamento dei PVS tirino fuori i soldi.

Sempre nell’ambito degli accordi internazionali a Roma si svolgerà questo week end (30 e 31 ottobre) il G20. Che peso potrà avere questo G20 italiano all’interno del contesto della crisi climatica?

Un buon peso se riuscirà a porre le basi perché almeno i Paesi coinvolti, che sono quelli più sviluppati a livello mondiale, facciano comprendere di essere inclini a un accordo su alcuni punti fondamentali. Già a Napoli mi pare siano arrivati a ribadire l’obiettivo di 1,5 °C. Poi speriamo che almeno fissino l’intenzione di essere seri sia sugli NDC (Nationally determined contributions, ndr) cioè sugli obiettivi dei singoli Stati, sia sugli obiettivi di lungo termine, che noi pensiamo essere almeno al 2050 (alcuni li stanno fissando dopo, per esempio la Russia). Secondo me, insomma, dal G20 possiamo avere dei segnali specifici, come la volontà almeno di chiudere seriamente con il carbone, per esempio, e l’impulso alla finanza e agli investimenti nelle fonti rinnovabili e nell’efficienza energetica. Queste sono le cose che il G20 può fare e mi auguro che le faccia.

Del clima e della crisi climatica se ne parla sempre di più, il dibattito pubblico è sempre più acceso. Volevo chiederle di fare una sorta di paragone: com’è cambiato l’atteggiamento dei Governi durante le vari Conferenze sul clima, partendo dalle prime Cop a ora. C’è o no un maggiore sentimento di urgenza?

Come dicono giustamente i giovani bisogna uscire dal bla, bla, bla e passare ai fatti, questo è il momento di scegliere. Oggi abbiamo bisogno di leadership politica, di capacità di guardare al futuro e di fare scelte. Mi auguro che le persone, i cittadini, sostengano le scelte anche apparentemente meno facili, come può essere pagare di più i combustibili fossili o cose simili che conducono a quella trasformazione indispensabile.

Cosa si aspetta dalla Cop26?        

Mi aspetto una trattativa molto complessa e difficile. Alcune cose ci fanno pensare che il dibattito verrà condotto molto seriamente, auspichiamo che tutti pensino al bene di tutti e che collaborino dal punto di vista tecnologico e finanziario, dando il buon esempio. Sono molto importanti poi i termini in cui attuare in modo ambientalmente integro l’Accordo di Parigi.

È chiaro che gli Stati produttori di combustibili fossili abbiano i loro interessi, anche se nello stesso tempo avrebbero tutti gli interessi – piuttosto – a dirottare le proprie economie sulle rinnovabili, compresa l’Italia. Noi del resto, tra le economie mondiali, non abbiamo nessuna fonte di idrocarburi, quelle che abbiamo sono ridicole: col gas che abbiamo nel sottosuolo ci campiamo nemmeno un anno. Questi Paesi, insomma, devono collaborare dal punto di vista tecnologico, finanziario e dal punto di vista della riduzione delle proprie emissioni.

Ognuno deve fare la sua parte e nessuno può sedersi e aspettare quello che fanno gli altri. 

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Giornalista pubblicista, laurea con lode in Scienze Politiche, un master in Responsabilità ed etica di impresa e uno in Editing. Scrive per greenMe dal 2009. È volontaria Nati per Leggere in Campania.

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