L’Italia non ci ha protetto dagli Pfas e ha lasciato che migliaia di persone bevessero acqua contaminata

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Il nostro Paese non ha ancora posto limiti alle sostanze pericolose Pfas così, soltanto in Veneto, più di 300mila persone sono esposte alla contaminazione. Ad oggi non è stata effettuata alcuna bonifica efficace nelle aree più colpite, anche se l’attività di Miteni (l’azienda sotto processo con l’accusa di aver provocato l’inquinamento nelle falde acquifere) è cessata nel 2018 e la bonifica è stata richiesta fin dal 2016

È ancora troppo lunga la lista di casi in cui l’Italia non è stata in grado di proteggere le persone dall’esposizione a sostanze tossiche, come nel caso delle centinaia di migliaia di abitanti del Veneto contaminati da sostanze perfluoroalchiliche (Pfas) a causa dell’attività dell’impianto Miteni.

È quanto emerge dal rapporto che Marcos Orellana, relatore speciale delle Nazioni Unite su diritti umani e sostanze e rifiuti tossici e docente alla George Washington University School of law, ha presentato a Ginevra durante l’ultima riunione del Consiglio per i diritti umani dell’Onu, nove mesi dopo la sua visita in Veneto.

Un documento che accusa direttamente la Regione Veneto di non aver fatto screening sulla popolazione di tutte le località dove ancora oggi viene utilizzata acqua dalla falda contaminata da Pfas, né di non aver dato ai cittadini informazioni adeguate per evitare l’utilizzo di quell’acqua.

In più, nel rapporto Orellana si dice gravemente preoccupato per l’aumento del volume dei pesticidi utilizzati nelle regioni dove si coltiva il prosecco e in particolare per la presenza di pesticidi pericolosi nei parchi giochi per bambini vicino alle aree agricole.

Aggiunge che “più di 300mila persone in Veneto hanno avuto un contatto con l’acqua contaminata e l’hanno bevuta Inoltre, i residenti in quest’area hanno sofferto di gravi problemi di salute, come infertilità e numerose forme di tumore.

Nonostante siano state prese alcune misure, come l’utilizzo di filtri per purificare gli scarichi, le autorità hanno dimenticato di informare i residenti delle aree interessate dell’inquinamento in corso e dei rischi per la salute”. È vero che la Regione ha avviato un piano di sorveglianza sulla salute della popolazione, “ma solo nella zona rossa e quindi non tutti i cittadini esposti ai Pfas sono stati in grado di determinare la concentrazione delle sostanze nel loro sangue”.

Le analisi hanno infatti riguardato i nati dal 1951 al 2014 nei 30 Comuni della Zona Rossa, e sono stati tenuti fuori i residenti nelle zone limitrofe, Arancione e Gialla. Inoltre la Regione non ha ancora esteso le analisi ai prodotti alimentari che arrivano dall’area interessata dopo il 2017. L’unica indagine, con dati allarmanti sulla presenza di Pfas in ortaggi, carne e latte, risale infatti a quell’anno.

Non solo Miteni

La produzione e l’utilizzo dei Pfas non si ferma alla sola Miteni e non solo al Veneto: l’inquinamento da sostanze perfluoroalchiliche si riscontra anche in altre Regioni, a cominciare da quelle del bacino del Po. È, ad esempio, del Piemonte, dove l’impatto delle attività del polo chimico Solvay a Spinetta Marengo, in provincia di Alessandria, rischia di causare un altro autentico disastro ambientale.

Apprendere come il problema dei Pfas sia globale e vedere come nel resto d’Europa esistano dati di monitoraggio sulla popolazione, ci fa capire quanto sia urgente che questo accada anche qui, sul nostro territorio.

QUI trovi il documento completo.

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Fonte: Human Rights Council ONU

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Giornalista pubblicista, laurea con lode in Scienze Politiche, un master in Responsabilità ed etica di impresa e uno in Editing. Scrive per greenMe dal 2009. È volontaria Nati per Leggere in Campania.

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