Laura Conti: la pioniera dell’ecologia in Italia che avremmo dovuto ascoltare di più

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A 30 anni esatti dalla sua scomparsa ripercorriamo la storia della partigiana che ha cambiato per sempre l'ambientalismo italiano e che è stata letteralmente (o volutamente) dimenticata

Trent’anni fa nella sua casa di Milano, circondata dai suoi gatti e intenta a fare ciò che amava di più – scrivere -, ci lasciava per sempre Laura Conti, da tutti considerata la pioniera dell’ambientalismo italiano: partigiana, medico, scienziata, divulgatrice e politica italiana, Laura Conti è stata per tutta la sua vita una figura quasi eretica, spesso scomoda, ma che, più di tutti, ha contribuito a far nascere una reale coscienza ecologica nel nostro Paese. Eppure di lei sono in pochi a ricordarsi, in pochi possono dire di conoscerla o semplicemente di averne sentito parlare.

Un po’ come successo per il disastro di Seveso del 1976 , tuttora ritenuto la più grande catastrofe ambientale del nostro Paese, seconda solo a Chernobyl a livello europeo, ma che proprio come Laura Conti – che quel disastro aveva contribuito a portare all’attenzione del mondo –  sembra essere finito nel dimenticatoio della memoria collettiva nazionale. Nonostante, poi, entrambi abbiano avuto un impatto profondo  sull’intera società italiana, senza i quali, non avremmo, ad esempio, leggi così stringenti a livello europeo in materia di prevenzione dei grandi rischi industriali e, probabilmente, quelle relative al nucleare e all’aborto avrebbero subito tutt’altra genesi ed evoluzione. Di entrambi abbiamo bisogno di tornare a parlare perché Seveso e Laura Conti, pur appartenendo al secolo scorso, sono oggi di un’attualità impressionanti e la loro rilettura può contribuire a far fronte alle sfide contemporanee.

A partire da quella dei cambiamenti climatici, proprio ciò di cui stava scrivendo Laura quando è stata colta da quel malore improvviso che ha messo a tacere per sempre una delle voci più autorevoli e inascoltate che l’Italia abbia mai avuto.

La resistenza di Laura Conti

Nata a Udine nel 1921, Laura Conti, è costretta – anche per via della presa di potere da parte del regima fascista – a cambiare tre città prima di approdare a quella che considererà sempre la sua casa: Milano. Qui insieme alla sua famiglia coltiva fin da piccola una grande curiosità e interesse per la conoscenza. Nonostante le difficoltà economiche e i limiti imposti dal fascismo, riesce a conseguire la maturità scientifica e a iscriversi alla facoltà di Medicina e Chirurgia, diventando una delle poche donne a intraprendere questo percorso di studi.

Durante gli anni universitari, Laura Conti inizia a interessarsi alla salute pubblica e alle condizioni di lavoro, scrivendo una tesina su Bernardino Ramazzini, considerato il padre della medicina del lavoro. Parallelamente, comincia il suo impegno politico nella Resistenza italiana durante la Seconda Guerra Mondiale, svolgendo attività clandestine per la causa antifascista. Tuttavia, nel 1944 viene arrestata e deportata nel campo di concentramento tedesco di Gres, vicino a Bolzano, dove vive otto mesi di terrore e privazioni. Anche dall’inferno Laura scrive e riesce a far trapelare, unico episodio della storia, al di fuori del lager e grazie ai contatti con i partigiani all’esterno, un articolo in cui denuncia tutte le atrocità, articolo che verrà ripreso anche da Radio Londra.

Dopo la guerra, Laura Conti completa gli studi laureandosi in medicina e specializzandosi in medicina del lavoro e ortopedia. Inizia a lavorare presso l’INAIL, dove viene a contatto diretto, ogni giorno, con gli effetti del lavoro in fabbrica sulla salute degli operai. Parallelamente alla sua carriera medica, continua il suo impegno politico nel Partito Comunista Italiano, diventando consigliera prima a livello provinciale, poi regionale per approdare in Parlamento nel 1987.

Negli anni ’70, Laura Conti, complici le influenze d’oltralpe, si dedicherà sempre più alle tematiche ambientali, scrivendo e parlando dell’abuso dei pesticidi, dell’inquinamento delle acque e delle problematiche legate all’energia nucleare, contrastando apertamente il Piano Energetico Nazionale del 1975 che prevedeva la costruzione di 20 centrali.

La poliedricità di Laura Conti, il disastro di Seveso

disastro seveso1

@Boscodellequerce.it

Quando una nube tossica si alza dalla fabbrica di Meda, Conti vede, quindi, materializzarsi tutte le problematiche e le contraddizioni che stava già studiando e contro cui si stava battendo. Nell’Italia accecata dalla corsa al benessere, infatti, in pochi osano contrapporre i concetti di lavoro e salute. Tanto meno quelli di economia e ambiente. Nell’epoca in cui la TV è in bianco e nero e la generazione dei baby boomer si affaccia al mondo, praticamente nessuno si azzarda a dire, ma anche solo pensare, che “ciò che porta benessere crea anche nuove malattie, mette a rischio l’essere umano e l’intero sistema vivente”. Riflessioni, contraddizioni e dicotomie, queste, ancora tremendamente attuali (si pensi a Taranto), ma che esploderanno, per la prima volta e in tutta la loro drammaticità, insieme a quella nuvola di veleno che investì Seveso in una calda giornata estiva del 1976. E che solo 10 giorni dopo si scoprirà essere diossina.

I vertici dell’ICMESA che fa capo alla svizzera Givoudan, cercano infatti di minimizzare l’incidente, lasciando i lavoratori, i cittadini e i sindaci delle città brianzole più colpite – Seveso e Meda – vivere e lavorare normalmente, ignari della gravità della situazione e del veleno che stavano respirando o mangiando con i loro prodotti dell’orto. La notizia dell’incidente rimane nel silenzio più assordante per oltre una settimana, fino a quando non inizieranno a parlarne i giornali anche grazie a Laura Conti, che si schiera da subito a fianco della popolazione e cerca di smantellare l’omertà che si è abbattuta su Seveso. In quel momento lei è consigliera della Regione Lombardia e fa di tutto per limitare le conseguenze del disastro, scontrandosi con l’incapacità delle amministrazioni pubbliche di agire in modo tempestivo e adeguato di fronte alla gravità degli eventi e alla pericolosità della diossina. Come un faro nella tempesta la cui luce, purtroppo, troppe navi decidono di non seguire, Laura in tutta questa storia vuole capire, andare a fondo, convinta che non basti spostare il problema per rimuoverlo, come si stava facendo con la diossina in quei giorni. 

Lei che arriva da Milano per cercare di comprendere. Per aiutare. Per proporre. Amata da pochi, avversata da molti. Donna dalle posizioni forti e dalle parole chiare su molti temi che la democristiana Brianza non vuole ascoltare . Di cui non si deve parlare, meglio tacere. E lasciar passare il tempo. E dimenticare”, scriverà Massimiliano Fratter, nella prefazione al libro Il caso Seveso – Era un caldo sabato di Luglio.

Laura Conti si mostra vicina anche alle donne e alle madri che sono state colpite dalla tragedia, affrontando in modo compassionevole e scientifico le conseguenze dell’esposizione alla diossina durante la gravidanza in un Italia dove l’aborto è ancora punito con il carcere. Il disastro accelererà in modo inevitabile il dibattito sull’interruzione di gravidanza e Laura sarà in prima linea contro la strumentalizzazione che si stava facendo della situazione a scapito di donne impaurite e considerate alla stregue di mere incubatrici.

Un disastro che, quindi, dal silenzio arriva a diventare la prima catastrofe mediatica d’Italia, con i bimbi affetti da cloracne sbattuti in prima pagina, i soldati che evacuano le case nelle tv di tutti gli italiani e le donne in gravidanza braccate dai cronisti. E nel silenzio questa vicenda, dopo aver toccato il clamore mediatico, è lentamente ripiombata, nel corso degli anni, annacquata nei ricordi e nella memoria di chi non l’ha vissuta in prima persona. Probabilmente perché a Seveso non ci furono morti accertati ed effetti acuti immediati, ma le cui conseguenze arrivano fino ai nostri giorni, proprio ora che si discute della nuova autostrada Pedimontana che dovrà passare proprio nell’aria ancora contaminata dalla diossina.

Dopo Seveso, comunque, l’Italia e l’Europa tutta non fu più quella di prima anche grazie ai due libri che Laura Conti scrisse per raccontare il disastro (Visto da Seveso e Una lepre con la faccia da bambina) che valicarono i confini nazionali e contribuirono a far varare la cosiddetta Direttiva Seveso per la prevenzione dei disastri nelle fabbriche. La notorietà raggiunta non frena l’impegno nella divulgazione di questi temi che, adesso, iniziano a far breccia negli interessi degli italiani e nell’agenda politica. Nel 1980 insieme ad altri attivisti, fonda la Lega per L’Ambiente e dietro la scia dell’antinuclearismo post Chernobyl viene eletta nel 1987 alla Camera dei deputati. Tuttavia, nel 1990, a causa delle sue posizioni scomode sulla caccia, viene emarginata dall’associazione che aveva contribuito a creare e che successivamente cambierà nome in Legambiente.

L’eredità da riscoprire

Dopo la sua morte, come successo per Seveso, si è assistito a una tacita opera di rimozione del suo pensiero e dei suoi libri che solo negli ultimi due anni, grazie a Fandango Libri sono stati ripubblicati. In particolare Cos’è l’ecologia e Questo pianete, i suoi due saggi che, più di tutti, possono essere considerati i veri manifesti del pensiero del suo pensiero e, in generale, dell’ambientalismo scientifico italiano.  Riaprendoli oggi, entrambi risultano ancora terribilmente attuali, ma anche incredibilmente profetici. Trattano di petrolio e plastiche in mare, di nucleare, di pesticidi, di agricoltura intensiva e di dissesto idrogeologico. Ma soprattutto tornano a interrogarsi su quanto sia davvero possibile conciliare i concetti di sviluppo e natura o di economia ed ecologia.

Soprattutto in Questo Pianeta  Laura Conti, con il suo peculiare approccio interdisciplinare, riflette sulla riduzione dei consumi – possibile solo se si inizia a ragionare in termini di fabbisogno – sul cambiamento climatico e l’aumento della Co2 – imprescindibile dal discorso del consumo di suolo e dall’agricoltura, settore cruciale su cui intervenire per limitarlo – ma auspica, prima di tutti, anche quella che oggi chiamiamo “economia circolare”:

È pericolosa ogni attività umana che, invece di promuovere un ciclo, si muova continuamente in una direzione: che sia in direzione della distruzione di risorse, che sia in direzione dell’accumulo di rifiuti.

Cosa ci resta di lei, oggi, a 30 anni esatti dalla sua scomparsa?

Rimangono di sicuro le sue opere: 26 libri di cui 3 romanzi, centinaia di articoli, capitoli di testi collettivi, prefazioni, contributi di diverso genere e interventi in convegni e in assemblee elettive.

Resta il suo archivio e la sua biblioteca, ora custoditi presso la Fondazione Micheletti. Restano gli alberi del Bosco delle Querce, piantati sopra quelle vasche di contenimento in cemento dentro cui è stata imprigionata la diossina a Sevesom, insieme a tutto ciò con cui è venuta in contatto.

Rimangono tutt’oggi urgenti e irrisolti – anzi aggravati – i 5 problemi prioritari che Laura Conti aveva delineato nei capitoli finali di Questo Pianeta: “l’inquinamento industriale; il degrado dei suoli; la perdita di patrimoni genetici; l’inquinamento termico e l’aumento dell’effetto serra; la crescita del fabbisogno energetico”, nonostante lei avesse indicato la strada per contrastarli attraverso altrettanti “programmi irrinunciabili” e, soprattutto, individuato in “ORA” il momento giusto per iniziare a farlo:

I programmi che ho delineato richiedono, a tutti, impegno. A qualcuno richiedono anche coraggio. Richiedono coraggio particolarmente ai dirigenti politici e alle persone di cultura: il coraggio intellettuale di sottoporre a verifica tutto quanto si è fatto sin qui, e ciò che si sarebbe potuto e dovuto fare ma non è stato fatto. E se i dirigenti politici non si dimostreranno all’altezza dei loro compiti e delle loro responsabilità? Come in altri momenti cruciali della storia di questo paese (e dell’umanità), toccherà ai cittadini – e in primo luogo ai giovani – prendere in mano il proprio destino, che è anche il destino della vita su questo pianeta.

Parole queste che potrebbero davvero essere state scritte ieri, ma che invece hanno 30 anni. E sarebbe ora di riscoprirle e metterle in pratica. I giovani effettivamente lo stanno facendo, ma è più facile appellarli come “eco-terroristi” che starli a sentire.

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Direttore responsabile e Co-Founder di greenMe. Ha una laurea in Scienze della comunicazione e un'esperienza pluriennale negli uffici stampa di diversi settori. Appassionata di tecnologia e ambiente, ha tenuto corsi di scrittura per il web dedicati a giornalisti e studenti.

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