E così in Ungheria le donne prima di abortire saranno costrette ad ascoltare il battito cardiaco fetale

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Una stretta sull’aborto che potrebbe avere ripercussioni in un momento già delicato e complicato: “essere obbligate” ad ascoltare il battito del cuore del bambino è un po’ come essere costrette a farlo nascere

Il Governo ungherese ha imposto con decreto l’obbligo di ascoltare il battito cardiaco del feto prima della eventualità di abortire. Nell’annus mirabilis per l’aborto, in cui oltreoceano ha fatto discutere la sentenza della Corte suprema statunitense, anche l’Europa si appresta a fare un passo un po’ indietro rispetto ai diritti delle donne.

Perché, diciamocela tutta, in un momento così delicato come quello che porta a decidere di abortire, ascoltare il battito del bambino è un inganno travestito di buoni propositi.

 

Le leggi sull’aborto in Ungheria sono relativamente liberali e rimaste per lo più invariate da quando l’aborto è stato legalizzato nel periodo socialista del Paese nel 1953. Ad oggi, in Ungheria l’aborto è consentito fino al raggiungimento della 12esima settimana di gravidanza per motivi medici o sociali, ma per riuscire a intraprendere l’operazione è necessario un lungo iter di colloqui che secondo le associazioni “ha come unico obbiettivo quello di disincentivarlo“.

Ora, il provvedimento che entrerà in vigore tra poche ore (e il bello è che è stato annunciato solo due giorni fa), firmato dal ministro dell’Interno, Sándor Pintér, stabilisce che prima di abortire la donna deve presentare un documento che attesti di aver ricevuto informazioni sui segni vitali del feto.

Per fare ciò, i medici dovranno “fornire alla donna incinta un’indicazione dei segni vitali del feto, in modo chiaramente identificabile“, si legge nel decreto. In pratica, la normativa vincolerà l’esecuzione di un aborto a una nuova condizione: lo specialista che diagnostica la gravidanza deve dimostrare che la donna interessata ad abortire abbia mostrato in modo chiaro e identificabile segni di funzioni vitali fetali, che potrebbe trattarsi proprio del battito cardiaco fetale o della registrazione ecografica effettuata durante l’esame.

In Ungheria, l’aborto è ampiamente accettato nella società – dice Noá Nógradí di Patent, un’organizzazione ungherese per i diritti delle donne. Statisticamente, due terzi degli ungheresi non vorrebbero ulteriori restrizioni sull’aborto. Quindi il governo non può mettere fuori legge la procedura dall’oggi al domani. Ma fare una serie di piccoli passi verso la restrizione può essere accettato più facilmente.

Intanto, secondo Nógrádi, l’accesso agli aborti legali è diventato sempre più complesso, poiché le sessioni di consulenza obbligatoria sono più difficili da programmare.

Da anni il governo ungherese sopprime i diritti riproduttivi delle donne in modo subdolo: da quando Orbán è salito al potere nel 2010, il suo governo ha puntato sui “valori familiari tradizionali” e ha introdotto una serie di misure per aumentare il tasso di natalità in calo nel Paese. Dal 2012, per esempio, è vietata la distribuzione di pillole abortive.

Dietro questo nuovo provvedimento è difficile non scorgere quella che sarà la forte pressione emotiva che, in non pochi casi, finirà con l’aggravare notevolmente la crisi di una donna incinta e il peso che inevitabilmente è già costretta a portarsi sulle spalle.

Un diritto delle donne viene visto ancora una volta come qualcosa da bypassare senza se e senza ma. Un pericoloso precedente che potrebbe vedere, vista l’influenza di Orbán, qualcuno (o qualcuna) che lo imiti…

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Giornalista pubblicista, laurea con lode in Scienze Politiche, un master in Responsabilità ed etica di impresa e uno in Editing. Scrive per greenMe dal 2009. È volontaria Nati per Leggere in Campania.

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