“Cercasi receptionist, inviare foto in costume”: siamo stanche di essere trattate come bambole

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Ha scatenato una bufera mediatica l'annuncio di lavoro che chiedeva di inviare una foto in costume alle donne candidate come receptionist

Ha scatenato una bufera mediatica l’annuncio di lavoro di una ditta napoletana, alla ricerca di una receptionist, che chiedeva di inviare una foto in costume alle donne candidate per il posto. Una richiesta vergognosa e inaccettabile. 

“Cerchiamo una receptionist che parli inglese fluentemente, dimostrabile con attestati o referenze specifiche. La candidata dovrà avere età massima di 30 anni, essere automunita, avere un carattere solare e di bella presenza”: è quanto recita un annuncio di lavoro pubblicato da un’azienda di Napoli, la Medial Service, sulla piattaforma Recruit.net. Fin qui sembra un’offerta di lavoro come un’altra (anche se sulla “bella presenza” ci sarebbe da aprire un capitolo a sé), ma la frase che viene dopo fa strabuzzare gli occhi. “Si richiederà l’invio di  una foto a figura intera in costume da bagno o similare” prosegue l’annuncio.

Ma cosa c’azzecca il costume da bagno con un lavoro da receptionist? Assolutamente nulla. Forse il datore di lavoro ha scambiato questa posizione per quella di modella. E poi che significa esattamente “similare a un costume”? La prima cosa che viene in mente e che si avvicini a questo indumento estivo è la biancheria intima. Praticamente per essere assunta come receptionist bisogna posare in mutande e reggiseno. Un’assurdità.

Com’è facile immaginare, la richiesta indecente (perché non si può definire in altro modo) ha scatenato accese polemiche sui social, che sono stati inondati da screen dell’annuncio, che dopo poco la ditta di Napoli si è premurato di rimuovere.

Ma c’è un altro elemento che non possiamo far a meno di tralasciare: la retribuzione a dir poco misera. Ebbene sì, dopo aver mandato una propria foto seminuda e aver superato la selezione (a questo punto ci viene da pensare in base alla taglia del proprio reggiseno) la paga è di appena 500 euro mensili per un totale di 24 ore lavorative a settimana. Full time. Una vera fortuna…

A seguito della bufera esplosa sui social, la ditta napoletana – che si occupa occupa di vigilanza privata e accoglienza – ha tentato di difendersi dicendo che si è trattato di un errore commesso da un’impiegata inesperta che non conosceva le policy aziendali relative alla parità dei sessi. Una risposta a cui tanti (compresi noi) facciamo un po’ fatica a credere.

L’intervento del Ministero del Lavoro

Grazie alla risonanza mediatica ottenuta, la vicenda non è stata ignorata dal Ministero del Lavoro, che ha deciso di far chiarezza inviando degli ispettori nell’azienda.

L’invio di una ispezione da parte del ministro Orlando nell’azienda napoletana di vigilanza e accoglienza che offriva un compenso di 5 euro l’ora con requisiti ingiustificabili, è un segnale forte nella lotta al contrasto di nuove forme di sfruttamento del lavoro e una risposta alle richieste avanzate dalla Cgil in sede ministeriale, appena pochi giorni fa – ha commentato il segretario generale Cgil Napoli e Campania, Nicola Ricci  – Questo episodio è emblematico di quali siano le condizioni che spesso vengono offerte, soprattutto a giovani e donne: lavoro precario e sottopagato. Ci auguriamo che dopo l’ispezione, l’azienda proceda ad assunzioni stabili senza richieste di requisiti che ledono la dignità di lavoratori e lavoratrici.

Basta discriminazioni e richieste indecenti! Le donne sono al limite della sopportazione

Il vergognoso annuncio pubblicato dall’azienda napoletana, purtroppo, non rappresenta un caso isolato. È soltanto l’ultimo caso di sessismo e discriminazioni che le donne sono costrette a subire ogni giorno. E molte richieste non vengono neanche alla luce, perché fatte verbalmente.

Noi donne non siamo solo indignate e arrabbiate per tutto questo. Siamo stanche. Anzi esauste. Esauste di essere dipinte come bambole, di ricevere stipendi inferiori rispetto ai nostri colleghi uomini, di dover mostrare il nostro fisico invece di dimostrare le nostre competenze e soprattutto di far finta che tutta quest’assurda situazione sia “normale”. Nel 2022 non possiamo e non vogliamo accettarlo.

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Fonti: Cgil Napoli e Campania/Repubblica/Twitter

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Laureata in Media, comunicazione digitale e giornalismo all'Università La Sapienza, ha collaborato con Le guide di Repubblica e con alcune testate siciliane. Appassionata da sempre al mondo del benessere e del bio, dal 2020 scrive per GreenMe

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