No, in Italia non sta tornando il vuoto a rendere. E vi spieghiamo perché

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L'emend. del DL Semplificazioni introduce la possibilità di adottare un sistema di deposito cauzionale di imballaggi per bevande monouso.

In Italia si tende a confondere il vuoto a rendere con i sistemi di deposito per contenitori di bevande monouso. In realtà si tratta di due sistemi diversi e no, qui da noi non si tornerà al vuoto a rendere, ma sarà più corretto parlare di cauzione. E vi spieghiamo perché

Il nodo è tutto lì, in quelle parole dell’emendamento inserito nel DL semplificazioni: saranno oggetto di cauzionamento gli “imballaggi in vetro, plastica e metallo”. Da qui risulta chiaro un punto: non si tratterà di un sistema di vuoto a rendere con ricarica di contenitori (e quindi finalizzato al riutilizzo) – come è stato erroneamente detto sinora – ma di un sistema di deposito cauzionale per contenitori di bevande monouso.

Lo scopo? Sarà quello – è ovvio – di portare al massimo il processo di raccolta selettiva e il riciclo proprio di tutti i contenitori monouso. In vetro, ma anche in plastica e in metallo (le lattine), appunto.

Tutto ciò aprirebbe le porte anche in Italia a un sistema di deposito cauzionale (i DRS) di quegli stessi contenitori. Ma come funziona tutto ciò?

Lo abbiamo chiesto a Silvia Ricci, responsabile Rifiuti ed economia circolare dell’Associazione Comuni Virtuosi.

Cosa sono I DRS

Il Deposit Return System (o Scheme) è il deposito su cauzione.

Cauzione è proprio la parola chiave e delinea il sistema di raccolta selettiva con il quale chi compra una bevanda in bottiglia o in lattina paga un piccolo extra che gli verrà restituito quando avrà riportato indietro il contenitore.

Secondo il rapporto Global deposit book 2020 pubblicato dalla piattaforma Reloop, entro la fine del 2023 i sistemi di deposito cauzionale per i contenitori di bevande serviranno almeno 500 milioni di persone. Oggi sono 291 milioni.

@Global deposit book 2020

In Europa, il primo sistema di deposito cauzionale è stato introdotto in Svezia nel 1984, mentre quello che fu adottato dalla Lituania nel 2016 costituisce ad oggi uno dei migliori al mondo, avendo recuperato il 70% dei contenitori di bevande nel primo anno di attività e il 90% nel secondo. Oltre ai 10 Paesi dove il sistema di deposito cauzionale è già attivo, in 12 Paesi sono già state votate delle leggi per introdurre il deposito nel 2022 o 2023, e in 9 Paesi sono in corso discussioni per decidere quale tipo di sistema di deposito adottare e come organizzarlo. Solo la Repubblica Ceca, la Bulgaria e l’Italia non hanno ancora cominciato una discussione riguardo all’introduzione dei sistemi di deposito nel loro territorio.

I sistemi di deposito cauzionale sono complementari a quelli di raccolta differenziata (Rd): mentre questi operano per tutti gli imballaggi, il DRS si focalizza su quelli per bevande monouso che sfuggono alla differenziata, senza creare costi aggiuntivi per Comuni e cittadini. Infatti meno rifiuti da gestire significa per gli enti locali risparmi economici, anche se per loro questo non è un messaggio immediato.

Per i cittadini DRS vuol dire avere meno imballaggi da gestire in casa e bollette dei rifiuti più leggere.

Quello che si prospetta ora, quindi, è un programma diverso dal famoso “vuoto a rendere” che in ogni caso interessa una quota residuale dell’acqua minerale, della birra e di pochi altri tipi di bevande e che però essenzialmente riguarda solo il vetro (ne fa eccezione la sola Germania, che ricarica anche le bottiglie in PET). 

Leggi anche: In Italia sta per tornare il vuoto a rendere! Attese le nuove regole per il riuso con cauzione di vetro e imballaggi

Il quadro è più o meno chiaro, allora cosa è successo in Italia? Perché si è parlato tanto di un ritorno del vuoto a rendere?

Per pura confusione: si tratta di un malinteso molto probabilmente nato dalla formulazione poco precisa del testo che richiama il riutilizzo dei contenitori invece del riciclo che è il vero fine della raccolta selettiva. Alcuni passaggi dell’emendamento inserito nel Decreto Semplificazioni, infatti, parlerebbero di “riutilizzo”, che nel nostro caso deve essere inteso come reimpiego dei materiali raccolti e non come ricarica degli stessi imballaggi. Così come si indica come oggetto del cauzionamento gli imballaggi in vetro, plastica e metallo, mentre un sistema di ricarica per i contenitori di bevande funziona in genere con le sole bottiglie in vetro.

Ci si auspica venga presto chiarito, quindi. Intanto, il gioco ora spetta al MITE che, con il ministero dello Sviluppo economico, dovrà scrivere i decreti attuativi entro 120 giorni dall’approvazione della legge. Tutto pronto, quindi? Bisognerà solo attendere?

Esatto. Sono i decreti attuativi che dovranno definire l’obbligatorietà di adesione al sistema per i produttori di bevande, la portata – che dovrà essere nazionale -, e quali siano gli obiettivi che questa tipologia di raccolta selettiva dovrà conseguire. In più mancano una serie di punti come definire quali siano i contenitori e le tipologie di bevande soggette al sistema; quale sia il modello di conferimento degli imballaggi; quale l’importo del deposito (piccolo sovrapprezzo pagato dal consumatore quando si acquista la bevanda e restituito nella sua totalità al momento della riconsegna del contenitore presso i supermercati e rivenditori) e quali siano gli adempimenti ai quali il sistema dovrà assolvere.

I Comuni come si pongono di fronte all’eventualità di dover aderire a un sistema di DRS?

Non riescono a vederla di buon occhio, perché navigano ancora dentro alla logica degli introiti che arrivano dalla vendita di imballaggi di valore recuperati con la raccolta differenziata. Ma a conti fatti, nel momento in cui realizzano che avere meno imballaggi da gestire significa meno costi di raccolta – e meno rifiuti da imballaggio dispersi nell’ambiente da dover rimuovere con costi non indifferenti – appoggiano i sistemi cauzionali. È successo così in tutti i Paesi.

Quanto ai venditori, secondo alcuni studi la Grande Distribuzione e i negozi dove i consumatori riportano gli imballaggi avrebbero avuto vantaggi in termini di vendite. Eppure anche qua c’è ancora diffidenza.

Sulla Grande Distribuzione c’è da districare un vero e proprio nodo, perché la GDO teme soprattutto i costi relativi alla eventualità di dover attrezzare delle infrastrutture di raccolta nei loro spazi commerciali (il reverse vending machine. RVM, ndr), come prevede il modello di maggiore efficacia “return-to-retail” di un Drs.

Se guardiamo all’estero, di contro, è ormai già assodato che le spese da sostenere sono state ampiamente compensate dai vantaggi economici, diretti ed indiretti, oltre che ambientali, derivanti dal sistema di deposito.

Alla Grande Distribuzione viene infatti corrisposta dall’operatore del sistema di deposito, una commissione di gestione per ogni contenitore riscattato che indennizza la GDO per quanto riguarda i costi complessivi della raccolta: da quelli relativi agli investimenti nell’infrastruttura per la raccolta, al personale impegnato nel riscatto manuale o automatico (pulizia e svuotamento delle RVM), ad altri costi provenienti dagli spazi commerciali adibiti alla consegna degli imballaggi come riscaldamento, connessione internet e elettricità.

Il passaggio chiave è una responsabilità estesa del produttore…

Proprio così. Attualmente il sistema vigente dei consorzi CONAI si basa sulla responsabilità condivisa in cui di fatto la maggior parte dei costi di raccolta differenziata sono sostenuti dai comuni. Situazione attuale che verrà ribaltata e che potrebbe indurre i produttori di bevande ad appoggiare un sistema cauzionale gestito e finanziato dagli stessi produttori.

Entro il gennaio del 2023, di fatto, l’Italia dovrà mettere in pratica regimi di responsabilità estesa del produttore per tutti gli imballaggi conformi all’articolo 8 e all’8bis della direttiva rifiuti 2008/98/CE recepita nel nostro ordinamento con il decreto legislativo 116/2020.

Dal punto di vista tecnico, i produttori saranno chiamati a farsi carico dei costi della raccolta differenziata dei propri rifiuti, ai costi del loro trasporto e del trattamento, necessari al raggiungimento dei target di riciclo, alle ulteriori attività necessarie per garantire la raccolta e la comunicazione dei dati, e ad una congrua informazione ai consumatori.

L’urgenza di tutti, ora, rimane soltanto una: trovare un modo nuovo di intendere i rifiuti in Italia, la necessità effettiva di concepirli come risorse da valorizzare con benefici ambientali ed economici – conclude Silvia Ricci – invece che sprecarli generando inquinamento.

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Giornalista pubblicista, laurea con lode in Scienze Politiche, un master in Responsabilità ed etica di impresa e uno in Editing. Scrive per greenMe dal 2009. È volontaria Nati per Leggere in Campania.

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