Nucleare, il deposito nazionale per rifiuti radioattivi non è un problema solo dell’Italia…

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Rifiuti radioattivi. Molti Stati del mondo devono trovare una sistemazione adeguata, non solo l'Italia, alle prese con il deposito nazionale

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Alle future generazioni lasceremo una “scomoda” eredità: i rifiuti radioattivi globali. Uno dei problemi più pressanti, non solo per l’Italia ma anche per molti altri Stati del mondo, è trovare una sistemazione adeguata e di lungo periodo per materiali ad alto potenziale di pericolosità.

Il rifiuto radioattivo, che viene prodotto nel corso del ciclo di vita di un impianto nucleare, è caratterizzato da un contenuto radiologico, che viene classificato in categorie, a seconda della concentrazione di radionuclidi e del tempo in cui la radioattività decade. I rifiuti di un impianto nucleare si dividono in rifiuti convenzionali e in rifiuti radioattivi, a loro volta distinguibili in rifiuti di attività “bassa” e “molto bassa” (che rappresentano il 90% del totale e impiegano 300 anni prima di diventare innocui per la salute umana e per l’ambiente), di media attività e di alta attività, che perdono la loro radioattività in migliaia o centinaia di migliaia di anni e devono essere smaltiti in un deposito geologico sotterraneo.

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In Europa, lo smaltimento dei rifiuti radioattivi (e del combustibile nucleare) rappresenta una vera e propria sfida comunitaria. In particolare, sono 13 i paesi europei (Belgio, Paesi Bassi, Finlandia, Svezia, Bulgaria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Germania, Spagna, Francia, Ungheria, Romania, Slovenia) − a cui bisogna aggiungere la Croazia, comproprietaria dell’impianto nucleare di Krško, situato in Slovenia, chiuso per precauzione dopo il violento terremoto verificatosi lo scorso 29 dicembre in Croazia − che ospitano centrali nucleari.

L’Italia e la Lituania hanno invece abbandonato i rispettivi programmi nucleari ed hanno progressivamente dismesso gli impianti nucleari presenti sul proprio territorio nazionale. Nel 1987, a seguito del referendum abrogativo sul nucleare italiano, l’Italia ha formalmente rinunciato al nucleare come modalità di approvvigionamento energetico; ciò ha determinato il progressivo smantellamento (decommissioning) delle quattro centrali nucleari italiane di Trino (VC), Caorso (PC), Latina e Garigliano (CE), ad opera di Sogin. Quest’ultima è una società pubblica incaricata dello smantellamento degli impianti nucleari italiani e responsabile della gestione dei rifiuti radioattivi nel nostro paese.

I sopracitati 15 Stati membri dell’Ue rappresentano complessivamente il 99,7% (in volume) dell’inventario dei rifiuti radioattivi nell’Unione. Dei 27 Stati membri dell’Ue, 21 gestiscono anche il combustibile nucleare esaurito sul loro territorio. Tutti gli Stati dell’Unione generano tuttavia rifiuti radioattivi. Sebbene la maggior parte dei rifiuti radioattivi sia generata dalle centrali nucleari e dalle relative attività del ciclo del combustibile nucleare, altri tipi di scorie radioattive sono prodotte dall’uso di materiali radioattivi impiegati in applicazioni mediche e industriali ovvero in campo agricolo.

Le proprietà radiologiche dei rifiuti radioattivi, e il rischio potenziale che essi rappresentano per i lavoratori, per l’intera popolazione e, ovviamente, per l’ambiente, impongono una gestione sicura di tali materiali in tutte le fasi del processo, dalla produzione fino allo smaltimento. Ecco perché è assolutamente necessario assicurarne il contenimento, isolandoli in maniera pressoché permanente dagli esseri viventi e dall’ambiente naturale.

Gli impianti europei già esistenti

Nel luglio 2011 è stato istituito un quadro comunitario per la gestione responsabile e sicura del combustibile nucleare esaurito e dei rifiuti radioattivi. La disciplina europea in materia è contenuta nella direttiva 2011/70/Euratom del Consiglio europeo. Essa obbliga gli Stati membri dell’Unione a dotarsi di una politica nazionale per la gestione del combustibile esaurito e dei rifiuti radioattivi e ad elaborare e attuare programmi nazionali per la gestione di questi materiali, che includano lo smaltimento di tutto il combustibile nucleare esaurito e dei rifiuti radioattivi presenti sull’intero territorio nazionale. A decorrere dall’agosto 2015, ogni tre anni la Commissione europea chiede a ogni Stato membro di redigere una relazione nazionale sull’attuazione della suddetta direttiva. Nel 2017 la Commissione ha sintetizzato in un documento organico i progressi compiuti dagli Stati membri sotto il profilo dell’attuazione della direttiva. In seguito, il 17 dicembre 2019, ha pubblicato una seconda relazione, elaborata sulla base delle relazioni nazionali che gli Stati membri avevano inoltrato entro la scadenza del 23 agosto 2018.

Secondo quanto riferito dalla Commissione, l’Europa attualmente dispone di oltre 30 impianti di smaltimento per rifiuti radioattivi ad attività “bassa e “molto bassa”, localizzati in 12 Stati membri dell’Ue. Per quanto riguarda gli altri due tipi di rifiuti radioattivi, di attività media e alta, la Commissione ha sottolineato che, tra i 15 Stati membri dell’Ue dotati di programmi nucleari solo l’Italia non aveva previsto lo sviluppo di depositi di smaltimento geologico. I paesi più virtuosi in tal senso sono la Finlandia, la Francia e la Svezia, che avevano già localizzato il deposito definitivo per i rifiuti di media e alta attività, cioè un deposito geologico di profondità. I restanti 11 Stati membri hanno in programma la costruzione di un deposito geologico di profondità, prevedendo fasi di attuazione diverse, comprese tra il 2040 e il 2100.

La mappa degli impianti presenti in Europa è pubblicata sul sito della Sogin.

L’inerzia dell’Italia e i recenti sviluppi

E l’Italia? Il nostro paese è stato oggetto di una procedura di infrazione europea, aperta nell’aprile 2016 dalla Commissione europea anche contro Austria e Croazia. I tre paesi avevano trasmesso soltanto le bozze dei loro programmi nazionali, e non quelli definitivi, entro il termine del 23 agosto 2015 previsto dalla legislazione dell’Unione. L’11 luglio 2019 la Corte di giustizia europea ha accolto il ricorso della Commissione europea contro l’Italia, per non aver comunicato, a quasi quattro anni dal termine previsto dalle norme comunitarie, la versione finale del programma nazionale per la gestione del combustibile nucleare esaurito e dei rifiuti radioattivi, temporaneamente stoccati in una ventina di siti nazionali non idonei al loro smaltimento definitivo. La stessa procedura è stata aperta anche contro Paesi come Austria e Croazia.

Negli ultimi anni però qualcosa si sta muovendo: il 30 ottobre 2019 è stato finalmente approvato il programma italiano e lo scorso 5 gennaio la Sogin ha elaborato la Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee (CNAPI) alla localizzazione del Deposito Nazionale dei rifiuti radioattivi e del relativo Parco Tecnologico, come previsto dal D.lgs. 31/2010. La Carta è stata redatta tenendo conto dei criteri stabiliti nella Guida Tecnica n. 29 dell’ISPRA, “Criteri per la localizzazione di un impianto di smaltimento di rifiuti radioattivi di bassa e media attività e dei criteri riportati nelle raccomandazioni della IAEA. Validata da ISIN (Ispettorato Nazionale per la Sicurezza Nucleare e la Radioprotezione) e successivamente dai Ministeri dello Sviluppo Economico e dell’Ambiente, la sua pubblicazione è stata autorizzata con nulla osta ministeriale del 30/12/2020, aprendo la fase di consultazione pubblica.

Il deposito nazionale

Il deposito definitivo di superficie che l’Italia ha intenzione di creare sul proprio territorio sarà destinato, da un lato, a smaltire i rifiuti di attività “bassa” e “molto bassa” e, dall’altro, allo stoccaggio temporaneo di quelli a media e alta attività. Nel testo della CNAPI, pubblicato da Sogin, sono elencati i 67 siti idonei a ospitare il deposito nazionale e il parco tecnologico.

Come già accennato, nei 60 giorni successivi alla pubblicazione della CNAPI è prevista una consultazione pubblica in cui Regioni, enti locali e altri “soggetti portatori di interessi qualificati”, possono formulare eventuali osservazioni e proposte tecniche. Poi, entro i due mesi successivi, sarà cura di Sogin promuovere un seminario nazionale per analizzare gli aspetti tecnici relativi al Deposito e al Parco e la reale compatibilità delle aree individuate. La Carta verrà quindi ulteriormente aggiornata, prima di essere sottoposta ai pareri dei Ministeri dell’Ambiente, dello Sviluppo Economico e delle Infrastrutture e Trasporti, così come dell’ISIN. Successivamente, il Ministero dello Sviluppo Economico approverà la versione definitiva della CNAPI. Una volta approvata, si aprirà una nuova fase di confronto, si svolgeranno campagne d’indagine tecnica per individuare il sito dei futuri deposito e parco e l’ISIN dovrà esprimere il proprio parere vincolante rispetto alla conferma finale dell’idoneità del sito. Infine, il Ministero dello Sviluppo Economico individuerà l’area con apposito decreto. A quel punto, saranno avviati i lavori di costruzione del deposito, di cui é prevista l’inaugurazione entro il 2029.

Fonti: European Commission/Mise/Deposito Nazionale.it/Sogin/D.lgs. 31/2010

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Donatella Vincenti. Laureata in Lingue e Scienze Politiche, nel 2017 ha conseguito un dottorato alla Luiss sulla transizione ecologica nel mondo arabo-islamico. Nel 2015 ha curato la rubrica "Green Islam" per la webradio Radio Bullets.

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