Inquinamento acustico: è pericoloso per la nostra salute, ma per gli animali (marini) è una vera e propria minaccia mortale

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Quali sono gli effetti invisibili dell'inquinamento acustico sugli animali e gli ecosistemi? Diversi studi evidenziano la pericolosità di un tipo di inquinamento troppe volte sottovalutato

Vivere nelle grandi città spesso significa anche essere sottoposti all’eccessiva esposizione di suoni e di rumori, la cui intensità può causare negli esseri umani un aumento dei rischi di malattie cardiovascolari, deterioramento cognitivo, ritardi nello sviluppo e demenza. Tuttavia, alcuni studi hanno dimostrato che non solo l’uomo risente degli effetti dell’inquinamento acustico, ma subiscono considerevoli danni anche l’ambiente e gli animali, soprattutto quelli che mai ti aspetteresti.

L’ecosistema che è più sensibile a questo tipo di inquinamento è ancora una volta quello marino. Gli abitanti dell’oceano, infatti, per cacciare, nuotare, comunicare e accoppiarsi si servono della percezione del suono (al quale sono particolarmente sensibili) che, sott’acqua, viaggia molto più velocemente della luce.

Gli studiosi hanno notato una serie di effetti negativi causati dall’inquinamento acustico marino, come lo sviluppo ritardato, la riproduzione ostacolata, un rallentamento della crescita, percorsi migratori irregolari e, in alcuni casi, anche la morte. (Leggi anche: Gli scienziati sviluppano minuscoli pesci robotici in grado di assorbire le microplastiche mentre nuotano)

Gli effetti dell’inquinamento acustico su pesci e animali marini

Sulle creature marine sono presenti gli amiloplasti, organelli cellulari che aiutano sia le piante che gli animali, come ad esempio i polpi, a percepire il mondo anche in condizioni di scarsa illuminazione, sentendo le piccole vibrazioni sonore sotto l’acqua. Un grande vantaggio che, però, rende queste creature estremamente vulnerabili ai predatori.

Gli studiosi ritengono che l’inquinamento acustico possa interferire con questi animali marini perfino prima che si schiudano le uova.

La ricerca si è concentrata in particolare su due specie: Spiny Chromis (Acanthochromis Polyacanthus) e il Pesce Anemone rosso e nero (Amphiprion Melanopus). Sono stati monitorati la frequenza cardiaca degli embrioni, le dimensioni del tuorlo e le caratteristiche fisiche sotto registrazioni audio di suoni ambientali della barriera corallina o con l’aggiunta di rumori dei motoscafi che passano sopra la loro testa frequentemente.

Ciò che è emerso dallo studio è che il grande frastuono sottomarino deforma lo sviluppo dei pesciolini. Lo stress al quale il rumore della barca sottopone gli abitanti marini può aumentare il metabolismo degli embrioni, drenando le riserve energetiche del tuorlo e facendo sì che questi crescano più velocemente.

Gli effetti dell’inquinamento acustico sulle alghe

Perfino le alghe acquatiche sembrano essere estremamente sensibili al frastuono. Ad esempio, le alghe e le piante marine che, sono molto importanti per la vita marina. Contribuiscono, infatti, a stabilizzare il clima globale, fornendo cibo e riparo, proteggendo dall’erosione, consentendo il ciclo dei nutrienti, stabilizzando i fondali e filtrando gli inquinanti. Negli ultimi anni in particolare è stata notata una sensibile diminuzione delle preziose fanerogame marine.

Gli scienziati hanno provato ad esporre un campione di alghe mediterranee al suono sismico a livello di esplosione. Il risultato è stato il danneggiamento non solo delle alghe, ma anche dei funghi simbionti che aiutano le piante ad assorbire i nutrienti. (Leggi anche: Coltivare le alghe sotto i parchi eolici offshore, il progetto olandese per produrre contemporaneamente energia e cibo cruelty free)

L’inquinamento acustico marino, dunque, è una reale e drammatica minaccia per i nostri oceani, alla quale non viene ancora data la giusta importanza, privilegiando operazioni dannose e rumorose come quelle della trivellazione per l’estrazione di petrolio o gas, il traffico marittimo, le navi rompighiaccio, la pesca, gli impianti eolici, i sonar e molti altri ancora.

Fonte: ESA Journals

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