Il catastrofico accordo della Cina per costruire un mega porto nella foresta pluviale della Sierra Leone

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Accordo Cina-Sierra Leone per edificare un porto ittico a Black Johnson. Svenduti 100 ettari di foresta pluviale e spiagge incontaminate.

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In Sierra Leone, ben 100 ettari della spiaggia incontaminata e della foresta pluviale protetta di Black Johnson, a largo della costa atlantica, sarebbero stati venduti alla Cina. Nell’ambito dell’accordo bilaterale (segreto), del valore pari a 55 milioni di dollari, è prevista la costruzione di un porto industriale di pesca.

La decisione del governo sierraleonese ha visto la strenua opposizione degli ambientalisti-conservazionisti, dei gruppi impegnati nella difesa dei diritti umani e dei proprietari terrieri locali, i quali sono preoccupati che il progetto possa costituire una minaccia esistenziale per la foresta pluviale vergine e per l’equilibrio ecosistemico dell’area.

Si prospetta da più parti un disastro ecologico e umanitario in Sierra Leone. La Cina agisce come attore economico “pigliatutto” e così rischia di sparire Black Johnson, un angolo di paradiso, ricco di biodiversità e di lussureggianti foreste pluviali. Un territorio vitale per le comunità locali, che non solo potrebbero subire ingiusti espropri forzati, ma potrebbero assistere alla crisi della loro microeconomia ittica, con gravi conseguenze sul piano turistico, occupazionale e della sicurezza alimentare.

Un paradiso da proteggere

Le acque di Black Johnson, infatti, sono ricche di pesce (sardine, cernie e barracuda) e i pescatori locali, che ricorrono ancora a tecniche tradizionali, contribuiscono in maniera sostanziale (per ben il 70%) allo sviluppo del mercato ittico interno del paese. Le aziende cinesi che operano su questo tratto di costa avranno la possibilità di operare più liberamente, stoccando e processando (almeno sulla carta) solo il pesce destinato esclusivamente ai mercati esteri. 

Ad aggravare il quadro, la probabile riduzione dello stock di pesci — che si sommerebbe al rischio inquinamento a cui sarebbero esposti l’ecosistema marino e i cinque diversi ecosistemi che sostengono non solo il benessere della popolazione ittica, ma anche delle specie in via di estinzione di uccelli e la fauna selvatica — fanno di questo progetto un annunciato disastro.

Si consideri che nell’area protetta del Western Area National Park vivono numerose specie in via di estinzione, come l’antilope duiker e i pangolini. Parte del terreno destinato al progetto, nella stagione secca è una laguna, che diventa un fiume durante la stagione delle piogge. Questo affascinante luogo rappresenta un sito di riproduzione ittica e le sue acque scorrono nella Baia delle Balene (Whale Bay), che ospita balene, delfini, tartarughe e molte specie di uccelli.

Inoltre, la zona prescelta per l’edificazione del porto ittico, la spiaggia di Black Johnson, è adiacente al suddetto parco nazionale. Secondo quanto riferito dal governo, la struttura, che sarà edificata grazie alle sovvenzioni cinesi, sarà adibita a porto riservato a navi tonniere e a pescherecci “più grandi”, che esportano i prodotti ittici all’estero, e includerà una componente di gestione e riciclo dei rifiuti (sia marini che di altra natura).

Il governo ha anche dichiarato di avere stanziato una somma pari a circa 1,1 milioni di euro in funzione di risarcimento dei proprietari dei terreni espropriati. Difatti, il governo sierraleonese è proprietario di circa la metà dell’estensione territoriale richiesta dall’accordo con Pechino; l’altra metà deve essere acquisita tramite una campagna di esproprio delle proprietà private dei residenti locali.

La campagna di opposizione al progetto

Organizzazioni come l’Institute for Legal Research and Advocacy for Justice (ILRAJ) e il Namati Sierra Leone hanno scritto al governo per delucidazioni sul contestato progetto. Le ONG sierraleonesi, ai sensi del Right to Access Information Act del 2013, chiedono di ricevere copia delle valutazioni dell’impatto ambientale e sociale obbligatorie per legge, nonché dell’accordo di sovvenzione tra la Cina e il governo della Sierra Leone. Per ora tutto tace e non è stato inviato alcun tipo di documentazione.

La Start Performing Community Organisation (SPCO) ha lanciato la petizione “Save Black Johnson Beach from Toxic Industrial Fish Factory”, indirizzata al presidente della Repubblica Julius Maada Bio. Obiettivo dell’iniziativa è anche quello di fare pressione a livello internazionale per difendere un patrimonio ambientale comune. È stata aperta anche una pagina di crowdfunding per sostenere le spese legali necessarie a presentare ricorso contro l’accordo, la cui “opacità” suggerisce ipotesi di corruzione che potrebbero aprire la strada anche a inchieste parlamentari.

Sacrifici in nome del «progresso»

Nonostante l’immediata replica di Emma Kowa-Jalloh, ministra della Pesca e delle Risorse Marittime, per respingere l’accusa mossa al governo sierraleonese di voler costruire una fabbrica di farina di pesce (da destinare all’alimentazione di maiali) presso la comunità di Black Johnson, quando invece — a suo avviso — si tratterebbe di uno strategico porto-peschereccio indispensabile a centralizzare tutte le attività di pesca, Greenpeace Africa le ha risposto tramite Twitter con una ferma condanna dell’accordo Cina-Sierra Leone.

Senza dubbio, a causa della scarsità di diversificate fonti di finanziamento nel pieno della pandemia del Covid-19, la Sierra Leone si sta rapidamente riavvicinando alla sfera di influenza cinese. Un cambio di rotta rispetto al recente passato. Ciò spiegherebbe i nuovi prestiti cinesi per progetti di sviluppo e infrastrutturali, un campo in cui la Cina ormai la fa da padrona nell’intero continente africano.

Fonti: Guardian/CNBC

 
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Donatella Vincenti. Laureata in Lingue e Scienze Politiche, nel 2017 ha conseguito un dottorato alla Luiss sulla transizione ecologica nel mondo arabo-islamico. Nel 2015 ha curato la rubrica "Green Islam" per la webradio Radio Bullets.

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