©Instagram/mardiniysra/

Yusra Mardini, l’incredibile storia dell’eroica atleta rifugiata: “Lo sport può cambiare (e salvare) vite umane”

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Si sta allenando per le Olimpiadi di Tokyo, dove non solo cercherà di conquistare medaglie e vittorie. Come ha già fatto nel 2016 anche a Rio, Yusra accenderà i riflettosi sui rifugiati. Oggi questa giovane donna è Ambasciatrice di Buona Volontà dell’UNHCR, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati.

Una storia incredibile, piena di coraggio e tenacia, che sembra uscita dalle pagine di un libro. È quella di Yusra Mardini, una diciottenne siriana con la passione per il nuoto, che nel 2015 è sbarcata come profuga sulle coste dell’isola di Lesbo, in Grecia. Ha già preso parte alle Olimpiadi di Rio come membro della speciale delegazione di atleti rifugiati voluta dal CIO ma ora è al lavoro per la competizione di Tokyo. 

Mentre tenta di qualificarsi per i Giochi Olimpici di Tokyo 2020 nel 2021, come altri atleti rifugiati Yusra sta cercando di aiutare anche la sua comunità di origine a far fronte alle sfide aggiuntive causate dal COVID-19.

Dalla guerra alle piscine, un sogno che diventa inaspettatamente realtà. Yusra Mardini è nata in una famiglia siriana di religione cristiana ed è cresciuta a Damasco, dove ha iniziato a nuotare sin da bambina. La sua passione per il nuoto l’ha portata a raggiungere ottimi livelli, tanto da poter rappresentare il proprio Paese ai Mondiali di nuoto in vasca corta del 2012.

yusra bambina

©Wasserfreunde Spanda/Olympic

Tuttavia, la guerra che da anni insanguina la Siria sembrava aver travolto anche le sue aspirazioni agonistiche, sepolte insieme alle macerie della sua casa. Fino a quando, nell’agosto del 2015, Yusra e la sorella Sarah decidono di lasciare il Paese, percorrendo il Libano e la Turchia, per poi raggiungere la Grecia via mare.

La traversata dell’Egeo, compiuta con altre diciotto persone in condizioni molto precarie, rischia ben presto di trasformarsi in tragedia: la piccola imbarcazione su cui viaggiano i profughi si ferma in mare aperto e comincia ad imbarcare acqua, tanto che alcuni dei suoi occupanti, tra cui le stesse Yusra e Sarah, sono costretti a spingerla a nuoto verso le coste dell’isola di Lesbo. Dalla Grecia, le due ragazze iniziano poi il lungo cammino attraverso i Balcani per raggiungere la Germania.

Oggi, grazie ad una no profit tedesca e all’allenatore di nuoto Sven Spannekrebs, Yusra vive e si allena a Berlino, dove è stata raggiunta dai genitori. Inizialmente è stata selezionata dal Comitato Olimpico Internazionale per far parte della speciale delegazione di dieci atleti riservata ai rifugiati: nel 2016, infatti, per la prima volta nella storia dei Giochi, il team degli Atleti Olimpici Rifugiati dà la possibilità di vivere il sogno olimpico a delle persone sfuggite a guerre e violenze e che stanno cercando di ricostruire la propria vita lontano dal Paese in cui sono nate.

“Ho molte opportunità per la mia vita che non molti rifugiati hanno, ma non dimenticherò mai che sono stata costretta a lasciare anche il mio paese e a costruire una nuova vita in Germania. Quindi lo ricorderò sempre e se vedo una possibilità, restituirò qualcosa ” ha detto la giovane.

Il primo impegno olimpico di Yusra è stato nelle batterie dei 100 metri farfalla, chiuse con il 41esimo tempo.

Mardini ha condiviso la sua storia, sia sotto forma di un best seller intitolato “Butterfly” che di un film biografico in arrivo.

“Racconto la mia storia perché voglio che le persone capiscano che lo sport mi ha salvato la vita”, dice.

Ma è anche molto di più. Spera che la sua vicenda  possa ricordare al mondo che i rifugiati sono più che semplici storie di cronaca, sono anche persone.

“Questi rifugiati non hanno casa, squadra, bandiera o inno nazionale. Offriremo loro una casa nel villaggio olimpico insieme a tutti gli atleti del mondo.” – ha dichiarato qualche settimana fa Thomas Bach, Presidente del CIO, presentando l’iniziativa di una delegazione di rifugiati – “L’inno olimpico suonerà in loro onore e la bandiera olimpica li guiderà dentro lo Stadio Olimpico.”

“Lo sport era la nostra via d’uscita”, ha detto Yusra. “È stato ciò che ci ha dato la speranza di costruire le nostre nuove vite.”

A lei e agli altri atleti rifugiati va il nostro sostengo e un calorosissimo “In bocca al lupo”!

Fonti di riferimento: Olympic, OlympicChannel

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