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Una storia incredibile, piena di coraggio e tenacia, che sembra uscita dalle pagine di un libro. È quella di Yusra Mardini, una diciottenne siriana con la passione per il nuoto, che appena un anno fa è sbarcata come profuga sulle coste dell’isola di Lesbo, in Grecia. E che in questi giorni sta prendendo parte alle Olimpiadi di Rio come membro della speciale delegazione di atleti rifugiati voluta dal CIO.

Dalla guerra alle piscine di Rio de Janeiro, un sogno che diventa inaspettatamente realtà. Yusra Mardini è nata in una famiglia siriana di religione cristiana ed è cresciuta a Damasco, dove ha iniziato a nuotare sin da bambina. La sua passione per il nuoto l’ha portata a raggiungere ottimi livelli, tanto da poter rappresentare il proprio Paese ai Mondiali di nuoto in vasca corta del 2012.

Tuttavia, la guerra che da anni insanguina la Siria sembrava aver travolto anche le sue aspirazioni agonistiche, sepolte insieme alle macerie della sua casa. Fino a quando, nell’agosto del 2015, Yusra e la sorella Sarah decidono di lasciare il Paese, percorrendo il Libano e la Turchia, per poi raggiungere la Grecia via mare.

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La traversata dell’Egeo, compiuta con altre diciotto persone in condizioni molto precarie, rischia ben presto di trasformarsi in tragedia: la piccola imbarcazione su cui viaggiano i profughi si ferma in mare aperto e comincia ad imbarcare acqua, tanto che alcuni dei suoi occupanti, tra cui le stesse Yusra e Sarah, sono costretti a spingerla a nuoto verso le coste dell’isola di Lesbo. Dalla Grecia, le due ragazze iniziano poi il lungo cammino attraverso i Balcani per raggiungere la Germania.

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Oggi, grazie ad una no profit tedesca e all’allenatore di nuoto Sven Spannekrebs, Yusra vive e si allena a Berlino, dove è stata raggiunta dai genitori. E lo scorso giugno è stata selezionata dal Comitato Olimpico Internazionale per far parte della speciale delegazione di dieci atleti riservata ai rifugiati: quest'anno, infatti, per la prima volta nella storia dei Giochi, il team degli Atleti Olimpici Rifugiati dà la possibilità di vivere il sogno olimpico a delle persone  sfuggite a guerre e violenze e che stanno cercando di ricostruire la propria vita lontano dal Paese in cui sono nate.

Il primo impegno olimpico di Yusra è stato sabato scorso, nelle batterie dei 100 metri farfalla, chiuse con il 41esimo tempo, mentre il prossimo 10 agosto la aspettano le qualificazioni dei 100 metri stile libero.

"Questi rifugiati non hanno casa, squadra, bandiera o inno nazionale. Offriremo loro una casa nel villaggio olimpico insieme a tutti gli atleti del mondo." – ha dichiarato qualche settimana fa Thomas Bach, Presidente del CIO, presentando l’iniziativa di una delegazione di rifugiati - "L'inno olimpico suonerà in loro onore e la bandiera olimpica li guiderà dentro lo Stadio Olimpico.”

"Sarà un simbolo di speranza per tutti i rifugiati del mondo e renderà il mondo più consapevole delle proporzioni di questa crisi. È anche un segnale alla comunità internazionale, perché i rifugiati sono esseri umani come noi e rappresentano un arricchimento per la società. Questi atleti profughi mostreranno al mondo che, nonostante le tragedie inimmaginabili che hanno affrontato, possono contribuire alla società con il loro talento, le loro abilità e con la forza dello spirito umano."

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Accanto a Yusra, della delegazione di rifugiati fanno parte altri nove atleti, tre donne e sei uomini, di diverse nazionalità: i podisti Yiech Pur Biel (800 metri), James Nyang Chiengjiek (400 metri), Yonas Kinde (maratona), Anjelina Nada Lohalith (1.500 metri), Rose Nathike Lokonyen (800 metri) e Paulo Amotun Lokoro (1.500 metri), i judoki Yolande Bukasa Mabika (70 kg) e Popole Misenga (90 kg) e il nuotatore Rami Anis.

A tutti loro vanno il nostro sostengo e un calorosissimo “In bocca al lupo”!

Lisa Vagnozzi

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