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Lo sport come forma di integrazione, di conoscenza e di comprensione reciproca: è con questo spirito che si sono tenuti a Palmas, in Brasile, nello stato amazzonico del Tocantins, i primi World Indigenous Games, i giochi mondiali dedicati ai popoli indigeni. Un evento internazionale unico nel suo genere, caratterizzato da un clima di festa e accompagnato anche da alcune contestazioni.

La manifestazione, che ha avuto luogo dal 26 al 31 ottobre scorsi, è stata ideata e gestita dalla ong brasiliana Inter-Tribal Committee, che dal 1996 organizza nel Paese sudamericano delle competizioni nazionali per indigeni.

Ai Giochi hanno preso parte circa 1800 atleti, appartenenti a 46 popoli diversi e provenienti da ben 24 Stati, tra cui Canada, Australia, Stati Uniti, Panama, Messico, Nuova Zelanda, Etiopia, Mongolia, Colombia, Russia, Filippine e Giappone. Il Brasile, oltre ad ospitare l’evento, è stato anche il Paese più rappresentato, con ben 700 atleti.

Gli atleti si sono confrontati in varie discipline, tra le quali il calcio, il tiro alla fune, la corsa con i tronchi, il tiro con l’arco, il canottaggio, il nuoto, la corsa e lo xiknahiti, un gioco tradizionale piuttosto simile al calcio, in cui però la palla può essere toccata solo con la testa.

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L’obiettivo dichiarato degli organizzatori dei Giochi era di far conoscere al mondo le diverse culture indigene, mostrandone la ricchezza e la peculiarità, affinché vengano maggiormente tutelate. Non a caso, gli atleti si sono presentati con i loro abiti tradizionali, abbinati, in alcuni casi, a ricchi copricapi o a volti e corpi dipinti: un modo per riaffermare la propria identità, in un mondo che – troppo spesso – sembra non accorgersi della loro stessa esistenza.

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Non tutti, però, sono concordi riguardo all’utilità della manifestazione: basti pensare alle tribù brasiliane Kraho e Apinajé, che hanno deciso di boicottare i Giochi, denunciando le politiche dello Stato brasiliano, che non proteggono a sufficienza le tribù indigene del Paese, abbandonandole troppo spesso in balia di disboscatori illegali e di interessi lobbistici.

“Non possiamo prendere parte ad un evento mediatico e sensazionalizzato,” – è stata la loro ferma presa di posizione – “che punta ad utilizzare l’immagine degli indigeni per distorcere i fatti e mentire all’estero, nascondendo la realtà e le sofferenze delle popolazioni indigene del Brasile.”

Altri, invece, hanno giudicato eccessivi i costi della manifestazione, che hanno sfiorato i 41 milioni di dollari: soldi che potevano essere spesi a tutela delle popolazioni indigene, della loro salute e dei loro territori, in modo da migliorarne le condizioni di vita.

La prima edizione dei Giochi mondiali indigeni è stata caratterizzata anche da una manifestazione di protesta organizzata da diverse centinaia di nativi brasiliani, che hanno approfittato del clamore dell’evento per ricordare a tutti le persecuzioni di cui sono oggetto, a partire proprio dal furto delle terre. In particolare, gli indigeni contestano il PEC215, una proposta di emendamento della Costituzione che, se approvata, porterebbe ad una revisione dei confini dei territori delle popolazioni native e favorirebbe chi ha interesse ad espropriare le loro terre.

La comunità indigena brasiliana rappresenta lo 0,5% della popolazione del Paese sudamericano ed è spesso oggetto di soprusi e violenze, che raramente vengono perseguiti dalla giustizia: basti pensare che nel solo 2014 si sono registrate 138 uccisioni di indigeni a causa di contrasti dovuti alla terra, con un incremento del 130% rispetto al 2013.

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Non è un caso, quindi, che i rappresentanti del Governo presenti all’inaugurazione dell’evento, a cominciare dalla Presidente brasiliana Dilma Rousseff, siano stati accolti da "buuh" e contestazioni, segno di un clima che, nonostante gli obiettivi pacifici e pacificatori dei Giochi mondiali indigeni, resta piuttosto teso.

Lisa Vagnozzi
Photo Credits

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