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Il dramma delle spose bambine del Messico, vendute al miglior offerente all’età di 9 anni

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Nel silenzio generale, in alcune aree del Messico le bambine vengono cedute in spose in cambio di soldi all’età di circa 9 anni. È così che si interrompe bruscamente la loro infanzia e inizia l’incubo, fatto di violenze e abusi 

Nessuno ne parla, ma in Messico ogni anno migliaia di bambine vengono date in spose in cambio di somme di denaro che possono arrivare anche a 200.000 pesos (che corrispondono a circa 8500 euro). Una pratica terribile che va avanti da decenni, in particolare nello Stato di Guerrero, nonostante in Messico i matrimoni precoci siano stati aboliti per legge nel 2014. Ma Guerrero non è l’unica area del Paese in cui le ragazzine vengono costrette a sposarsi con uomini più grandi di loro, diventando poi vere e proprie schiave. Si verifica anche a Oaxaca, Tabasco, Michoacán e in altri Stati.

Secondo un recente report dell’INSAD (Investigación en Salud y Demografía), in Messico 1 ragazzina su 4 (ovvero il 23%) si sposa o ha già una relazione forzata prima dei 18 anni e vivere nelle zone di campagna rappresenta un fattore di rischio. Infatti, in 14 Stati su 32, il 30% delle minorenni ha già un marito.

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Bambine cedute agli uomini e costrette a subire violenze 

Accade così che bambine di appena nove anni, “prima che la luna le tocchi” (si usa dire così per indicare che le ragazzine non hanno ancora avuto neanche le mestruazioni), vengano letteralmente vendute al miglior offerente. E tutto avviene con grande leggerezza.

“Prendi un tesoro, il fiore di questo giardino”: con frasi come questa il padre consegna la figlia al futuro sposo durante la cerimonia, con tanto di banchetto, musica e balli. Ma l’incubo è appena cominciato per le bambine perché la vita coniugale è anche peggio. Nella maggior parte dei casi le ragazzine appena sposate sono costrette a subire violenze e abusi di ogni genere da parte degli uomini che le hanno acquistate come se fossero merce. Talvolta il pagamento viene effettuato barattando del bestiame o addirittura con la birra.

Nello studio dell’avvocato Neil Arias, del Tlachinollan Human Rights Center, arrivano tante ragazze di circa 20 anni ma già con due e o tre figli, che hanno deciso di porre fine alle violenze durante la vita coniugale.

Non danno il loro consenso, quindi la violenza inizia lì – spiega l’avvocato Arias – Né viene chiesto loro se vogliono avere figli, è loro imposto. L’uomo ripete sempre la stessa frase: ti ho pagato. Le trattano come un oggetto e vengono violentate per anni.

Una pratica brutale strettamente connessa alla povertà

Ma come agire per fermare questa barbarie? La situazione è molto più complessa di quel che sembra perché si tratta di comunità indigene estremamente povere. 

“Bisogna tenere in considerazione a cosa servono i soldi dell’accordo e stiamo parlando di comunità molto povere, dove a volte quelle risorse servono per costruire una casa o per pagare un medico. Sì, è schiavitù. Sì, è violenza. Ma non possiamo criminalizzare le popolazioni indigene”.

In più occasioni gli attivisti per i diritti umani hanno cercato di provare a cambiare le cose, ma invano.

“Siamo andati a tenere seminari ad alcune comunità con i membri del Segretariato per le donne, ma quando emergono questi problemi si arrabbiano molto. Abbiamo anche lasciato quelle città in preda alla paura” racconta Consuelo Sierra Solana, a capo dell’assessorato per la partecipazione delle donne di Metlatónoc, una delle città messicane in cui la pratica è altamente radicata. 

Fonte: Girls not Brides/INSAD/El País 

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Laureata in Media, comunicazione digitale e giornalismo all'Università La Sapienza, ha collaborato con Le guide di Repubblica e con alcune testate siciliane. Per la rivista Sicilia e Donna si è occupata principalmente di cultura e interviste. Appassionata da sempre al mondo del benessere e del bio, dal 2020 scrive per GreenMe
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