Nel silenzio generale, un esercito di bambini non tornerà a scuola per via del coronavirus

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Gli annosi handicap della scuola oggi, dopo la pandemia da coronavirus e prima della riapertura a settembre, si ripresentano uno ad uno rendendo certo un dato: una marea di bambini non tornerà a scuola.

Spazi allargati? Vediamo. Pareti in plexiglas? Ma per carità. Mascherine? Sì certo, come se piovesse. Ma i bambini? Ah già, i bambini! Dove li mettiamo i ragazzi a settembre? Facciamo così: c’è chi potrà e chi non potrà tornare a scuola. Se tirassimo a sorte?

Nel ginepraio delle cose da (non) fare per non ripiombare in un lockdown estremo e nella retorica dell’ormai dimenticato “andrà tutto bene”, si è perso di vista – o sotto gli occhi effettivamente non c’è mai stato – un pezzettino fondamentale di qualsivoglia contesto sano, uguale e democratico: la scuola, con i suoi ennemila frequentatori dagli 0 ai (almeno) 18 anni.

In che modo andrà tutto bene? Ci domandiamo.

Nell’italica via crucis alla ricerca della normalità qualcosa è andato storto e un dato è ormai certo: la ripresa a settembre (si spera, a settembre, ndr) della scuola sarà tutt’altro che normale.

Sarà tutt’altro che normale, o per lo meno non risponderà più al concetto di normalità che abbiamo avuto sinora, perché quello che pare di avere adesso è solo un ammasso disarticolato di norme ad hoc che farebbero rabbrividire anche una foca della Groenlandia: frequenza scolastica in turni differenti e, come si legge in questi giorni in parecchi regolamenti interni diffusi già da alcune scuole, riconfigurazione della scolaresca in più gruppi di apprendimento, articolazione modulare di gruppi di alunni provenienti dalla stessa o da diverse classi o da diversi anni di corso, didattica a distanza per un tempo limitato e su determinati progetti. In più, in base alle esigenze di ogni istituto, i presidi – che sono stati investiti di un ampio e autonomo potere decisionale – potranno decidere di richiedere insegnanti o personale in più.

Paroloni che investono che le pronuncia di una forma aulica d’adorazione divina, ma la domanda unica e disarmante rimane: ma come si fa in scuole che già di per loro cadono a pezzi, che nel migliore dei casi hanno una ristrutturazione post guerra? Come si fa se le aule sono piccole? Se mancano spazi grandi, spazi da condividere mantenendo le giuste distanze?

In molti si stanno attrezzando, comprando coi pochi soldi a disposizione dei banchi singoli. In molti altri, come il Comune di Roma, stanno pensando di verificare la possibilità di comprare tensostrutture e tendoni.

Stanno pensando di…” e intanto s’è fatto luglio e per settembre i genitori, così come i docenti precari e non, non sanno ancora nulla di certo. Anzi, una cosa sicura pare esserci: se dovessero riaprire, a scuola ci tornerà chi frequenta la scuola dell’obbligo, dai 6 anni in su. E ciccia per i piccoletti che frequentano la materna. Mica volete che risolviamo tutto ma proprio tutto?

Il fatto, ahinoi, rimanda a una sola annosa questione: i rubinetti chiusi per anni alla scuola pubblica, i pochissimi investimenti, i fondi stanziati e mai arrivati, i soldi strappati alla comunità e svaniti, tra le urla a festa di bambini che intanto crescevano ignari di poter avere da quella scuola qualcosa in più.

Una mensa, per dirne una, invece che mangiare sui banchi.

Il rapporto di Save the Children

E se qualcuno pensa che sia una questione tutta italiana, può non sentirsi solo: ad oggi la chiusura delle scuole coinvolge 1,2 miliardi gli studenti, mentre prima dell’emergenza erano 258 milioni, meno di un quarto.

E non solo: i tagli al budget per l’istruzione e la crescente povertà causati dalla pandemia potrebbero costringere in tutto almeno 9,7 milioni di bambini a lasciare la scuola per sempre entro la fine di quest’anno, mentre milioni di altri bambini avranno gravi ritardi nell’apprendimento.

Si tratta della denuncia di Save the Children, che in un nuovo rapporto globale dal titolo Save our education, chiede ai governi e ai donatori della comunità internazionale di rispondere a questa autentica emergenza educativa globale investendo urgentemente nell’istruzione.

Il cammino per garantire entro il 2030 a tutti i bambini di poter andare a scuola era già a rischio, e non aveva registrato significativi progressi, ma l’emergenza Covid-19 rischia di consegnare a una generazione di bambini un futuro fatto solo di povertà”, sottolineano da Save the Children.

Prima dello scoppio dell’emergenza, 258 milioni di bambini e adolescenti erano già fuori dalla scuola e ora nel report si analizza, tramite un indice di vulnerabilità, il rischio che corrono i bambini in molti paesi a medio e basso reddito di non tornare a scuola dopo la chiusura a causa del Covid-19.

L’indice prende in considerazione tre parametri:

  • il tasso di abbandono scolastico precedente all’emergenza
  • le diseguaglianze di genere e di reddito tra i bambini che lasciavano la scuola
  • il numero di anni di frequenza scolastica

L’analisi di quest’indice mette in evidenza come in 12 paesi – Niger, Mali, Chad, Liberia, Afghanistan, Guinea, Mauritania, Yemen, Nigeria, Pakistan, Senegal e Costa d’Avorio – il rischio di incremento di abbandono scolastico sia estremamente elevato.

In altri 28 paesi il rischio rimane in ogni caso elevato o moderato. Un pericolo che, manco a dirlo, si presenta più concreto per le ragazze rispetto ai ragazzi. Molte di esse potrebbero essere costrette al matrimonio precoce. E questa è un’altra riprovevole storia.

QUI trovate il rapporto completo di Save the Children.

Fonte: Save the Children

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Giornalista pubblicista, laurea con lode in Scienze Politiche, un master in Responsabilità ed etica di impresa e uno in Editing. Scrive per Greenme.it dal 2009. È volontaria Nati per Leggere in Campania.
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