Punizioni corporali sui bambini: le anacronistiche (e scandalose) leggi che ancora oggi le ammettono

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Percosse e punizioni, bastonature e frustate. Un autentico maltrattamento sui minori in nome della disciplina si insinua nelle famiglie e nelle scuole di mezzo mondo e venirne a conoscenza lascia letteralmente basiti.

La notizia della morte di due bimbe in Giappone ha riaperto la questione delle punizioni corporali da parte di genitori e tutori e pare che ora il governo nipponico voglia rivedere la legislazione per evitare nuovi casi. Ma non è tutt’oro quel che luccica.

Sapevate che, per esempio, mentre la punizione corporale è vietata nelle scuole di quasi tutta Europa, non lo è in molti stati degli USA dove è ammesso lo spanking, o paddiling, ossia la sculacciata con una specie di piccola pagaia? E che in alcuni paesi asiatici le percosse a colpi di canna o cinghie e le bastonate sono ancora messe in atto? E che fino a una dozzina di anni fa in Nuova Zelanda gli insegnanti potevano convocare i genitori degli alunni indisciplinati a scuola e “autorizzarli” a somministrare pesanti punizioni fisiche?

Insomma, non è il Medioevo, ma i giorni nostri, non sono solo dittature ma anche le più avanzate e occidentalizzate delle civiltà. In nome di una disciplina e di una educazione rigida si dà adito a castighi corporali che ai più sembrano non stare né in cielo né in terra. E non solo nelle scuole: il bello è che in molti Paesi i genitori, i tutori e i genitori adottivi sono coperti da leggi che consentono le sanzioni sui figli a colpi di bastoni.

Quando il bambino compie delle sciocchezze, bisogna castigarlo con le parole e le verghe; quando avrà superato i sette anni usare allora la frusta e la cinta di cuoio. Quando avrà più di quindici anni, usare il bastone e bastonarlo fin quando egli non avrà chiesto perdono”. Si tratta della citazione di un moralista del XIV secolo riguardante i metodi educativi per bambini e ragazzi tra il 1200 e il 1300 a Firenze.

Colpo di canna sulle mani, cinghie e sculacciate, sono passati secoli e sembra non sia cambiata una virgola.

La questione del Giappone

Mia Kurihara, 10 anni, della Prefettura di Chiba, a est di Tokyo, e Yua Funado di 5 anni, di Tokyo sono morte negli ultimi mesi dopo essere state presumibilmente abusate da i loro genitori con il pretesto della disciplina. È per questo che, dato che il Codice Civile giapponese garantisce il diritto dei genitori di disciplinare i loro figli, l’attenzione si è concentrata sulla necessità di inserire una clausola che proibisse esplicitamente la punizione corporale da parte dei genitori.

L’esecutivo guidato da Shinzo Abe ha infatti in programma di rivedere la legislazione vigente che vieta gli abusi sui minori, però non stabilisce in maniera precisa che tipo di casi possono essere considerato come punizioni corporali. Secondo quanto si apprende, con questa revisione legislativa si vorrà rafforzare l’autorità dei centri di protezione sociale per i bambini, fornire loro più poteri per accelerare il ritiro di affidamento dei figli di genitori violenti e introdurre un divieto sull’uso di punizioni corporali sui bimbi per imporre la disciplina.

Lo scorso febbraio, il Comitato delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia ha chiesto al governo giapponese di “dare la priorità all’eliminazione di tutte le forme di violenza contro i bambini” e ha raccomandato di rendere più efficaci le misure in modo che le vittime di abusi possano denunciarli, esprimendo preoccupazione per “l’alto livello di violenza, sfruttamento e abuso sessuale sui bambini” in Giappone.

Nel 2018, in Giappone sono stati indagati 80.104 casi di presunti abusi e abusi sessuali su minori. Ci sono circa 210 di tali centri a livello nazionale e hanno trattato oltre 130.000 casi di rapporti di consultazione e di abuso di minori nell’anno fiscale fino a marzo 2018.

Nelle scuole del mondo

Scommettiamo che in molti pensano che le punizioni corporali nelle scuole sia prerogativa di certi Paesi africani o del Sud-est asiatico e del Medio Oriente, seguendo quella sorta di pregiudizio che accomuna i Paesi di tutt’altra cultura. Ma così non è.

Negli Stati Uniti e fino a poco tempo fa nel Regno Unito, e comunque in generale in tutto il mondo anglosassone, si segue la convenzione de “in loco parentis”, ossia la scuola ha gli stessi diritti sul minore della sua famiglia e quindi nelle regole degli istituti educativi pubblici e privati è storicamente ammessa la punizione corporale.
Nel Regno Unito le punizioni corporali sono state vietate con l’Education Act del 1996 e l’unico caso in cui oggi è contemplata una forza sta nel pericolo immediato di infortunio dell’insegnante o in caso di rischio di danneggiamento della proprietà.

Questa invece è la situazione negli Stati Uniti, dove le pene corporali per gli alunni restano in vigore in 22 Stati:

punizioni corporali usa

Fonte

Quanto all’Europa, la Carta sociale europea aveva già vietato nel 1961 le punizioni corporali nelle scuole.

Ad oggi, non ci sono dati precisi specifici sulla permanenza di queste modalità di disciplina nei sistemi scolastici europei, ma si può dire che in 52 paesi del mondo le punizioni corporali sono state vietate per legge anche in ambito privato e familiare.

In Italia, infine, non esiste una legge specifica che vieti percosse nei confronti dei figli a scopo “educativo”, ma una sentenza del ’96 della Corte Costituzionale si espresse contro l’uso di simili punizioni come metodo di correzione nelle famiglie o di educazione scolastica.

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Germana Carillo

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Giornalista pubblicista, laurea con lode in Scienze Politiche, un master in Responsabilità ed etica di impresa e uno in Editing. Scrive per Greenme.it dal 2009. È volontaria Nati per Leggere in Campania.
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