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Mi chiamavo Mawda, avevo 2 anni e la polizia belga mi ha sparato in faccia

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Mi chiamavo Mawda, avevo 2 anni e la polizia belga mi ha sparato in faccia.

Hanno aperto il fuoco su un furgone che trasportava me, mia mamma, mio papà e il mio fratellino, insieme ad altri migranti.

Le autorità inizialmente hanno negato la vera causa della mia morte, suggerendo invece che ero malata o che la colpa era della guida pericolosa.

Eravamo su un’autostrada vicino alla città di Mons. Alla guida c’erano i trafficanti di esseri umani, che stavano cercando di portarci di contrabbando nel Regno Unito.

Eravamo fuggiti dal Kurdistan iracheno e da poco eravamo stati deportati dalle autorità di Bruxelles in Germania.

Così, stavamo scappando. Ancora.

Ma la polizia ci ha visto, il trafficante non si è fermato e i poliziotti hanno aperto il fuoco.

Così un proiettile mi ha ucciso, colpendomi la guancia (lo dice anche l’autopsia).

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La mamma mi diceva che sarebbe andato tutto bene. Che avremmo ricominciato una nuova vita, senza fame, senza bombe, senza guerra.

Ma si sbagliava.

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Questa è la mia storia. Mi chiamavo Mawda, avevo 2 anni e la polizia belga mi ha sparato in faccia.

Chiedevo solo di vivere. Ma è stato impossibile. Perché la guerra non è solo lì fuori. È anche in molti cuori.

Roberta Ragni

Foto cover

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Caporedattore di greenMe. Dopo una laurea e un master in traduzione, diventa giornalista ambientale. Ha vinto il premio giornalistico “Lidia Giordani”, autrice di “Mettici lo zampino. Tanti progetti fai da te per rendere felici i tuoi amici a 4 zampe” edito per Gribaudo - Feltrinelli Editore nel 2015.
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