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L’ancestrale linguaggio per parlare ai neonati e l’importanza di usarlo sin dalla pancia

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Sono tanti i benefici riconosciuti del baby talk (maternese in italiano), quel particolare linguaggio  universale che i genitori utilizzano spontaneamente quando si rivolgono al loro neonato

I figli di genitori che nei primi anni di vita parlano spesso con loro hanno più probabilità di sviluppare maggiori competenze linguistiche e comunicative rispetto agli altri bambini.

Che cos’è il maternese o baby talk?

Il maternese o “baby talk” è un linguaggio universale che i genitori conoscono senza doverlo imparare, e che come una formula magica utilizzano spontaneamente quando si rivolgono al loro neonato favorendo sia il suo sviluppo linguistico, sia la loro relazione appena nata. Le frasi brevi e ripetute, il tono amplificato della voce e il ritmo cantilenante, l’enfasi sulla curva intonativa e l’articolazione lenta e accurata delle sillabe, sono gli ingredienti che stimolano, non tanto l’aspetto semantico, quanto il significato affettivo del linguaggio. Le parole come note musicali comunicano stati emotivi e intenzioni e possono anche essere lette dal bambino sullo spartito del volto espressivo del genitore quando dialogano.

Il poeta e cantastorie Bruno Tognolini parla di una Mammalingua che si esprime in versi, in rima e filastrocche, da sussurrare ai bambini sin dalla pancia, parole che assomigliano a un canto di balena che ti chiama fra i due mondi. Sin dall’ultimo trimestre di gravidanza, infatti, il feto ascolta la voce materna e impara a riconoscerne le inflessioni, la cadenza e le sonorità un po’ come, alla nascita e fino al primo anno di vita, i neonati di tutte le culture mostrano una preferenza innata per la musicalità del maternese.

mammalingua

Se ascoltare la voce materna sotto forma di canti, letture o di tiritere negli ultimi mesi di gravidanza ha un effetto sinaptogenetico per il bambino, ovvero contribuisce alla creazione delle sue sinapsi cerebrali, lo stesso avviene dopo la nascita. Soprattutto nei primi 3 anni di vita, parlare al proprio bambino accende importanti sinapsi nelle aree deputate al linguaggio, migliorando sia le sue competenze linguistiche che la sua generale capacità di apprendere. In particolare, il bambino tende a prestare più attenzione e a rispondere più attivamente al baby talk che al modo tipico di parlare tra adulti.

Per questi motivi è importante parlare spesso ai nostri bambini, ma anche con i nostri bambini, coltivando cioè l’abilità di ascoltarli quando comunicano col pianto, con la lallazione, i movimenti del corpo e i vocalizzi.

Per migliorare la fluidità dell’interazione è consigliabile posizionarsi alla loro altezza e parlare guardandoli negli occhi, senza interferenze esterne come per esempio la televisione accesa o gli schermi per lo più sempre attivi dei cellulari. I genitori, come degli specchi, possono riflettere la mimica, la gestualità e gli stessi vocalizzi dei neonati per stimolare la reciprocità del dialogo e favorire una maggiore sintonizzazione affettiva. (LEGGI anche: Empatia: come ascoltare davvero gli altri soprattutto i bambini)  Attraverso il maternese, infatti, i bambini possono sviluppare la loro abilità di leggere le emozioni e le intenzioni altrui, ma anche le proprie grazie al rispecchiamento fornito dal genitore.

Come stimolare le competenze linguistiche nel bambino nelle varie fasce di età

Primi tre mesi

Nei primi tre mesi il bambino comunica con gorgoglii, vocalizzi, sussurri e ovviamente col pianto, ma può anche sorridere e muovere gambe e braccia quando il genitore gli parla. A sua volta mamma e papà possono rispondergli o dare inizio a una conversazione semplicemente parlandogli, cantando, sussurrando o giocando al gioco del cucù. Possono inoltre raccontare le azioni che svolgono durante il bagnetto, le poppate e nominare le cose che il neonato osserva.

In questa fase è possibile anche introdurre le prime letture: libri di filastrocche e tiritere sono gli stimoli prediletti a quest’età in cui l’attenzione è catturata per lo più dalle sonorità ripetitive.

Quando attorno ai due mesi i neonati incominciano a emettere suoni vocali (“ah-ah” “oh-oh”) il genitore può imitarli e associarvi via via qualche parola o significato. Ripetere i loro suoni e aspettare che rispondano è un metodo per insegnargli in che modo avviene una conversazione.

Tra i 4 e i 7 mesi

Tra i 4 e i 7 mesi i bambini iniziano a imitare i suoni che ascoltano ed esplorano i propri nelle loro inflessioni. Possono anche aumentare e diminuire il tono della loro voce per sperimentarsi nell’espressione di stati emotivi. Il genitore dovrebbe incentivare questi primi tentativi ed espandere i suoni onomatopeici collegandoli a parole che presentano un’assonanza.

Parlare lentamente, scandire bene le parole e quando possibile associarle all’oggetto cui si riferiscono facilita il riconoscimento del termine e la comprensione del suo significato (per esempio, mentre si afferra una palla dire “Vuoi la palla? Questa è la tua palla”. Poi rimanere in silenzio e incoraggiarli a rispondere).

Quando guardano qualcosa è inoltre opportuno indicare e nominare ciò che osservano: condividere il loro focus attentivo è un prerequisito per l’apprendimento.

LEGGI anche: Libri da regalare a bambini da 0 a 2 anni

In questa fase è possibile proporre ai propri bambini i libri delle facce che riproducono volti di bambini di tutte le culture mentre esprimono emozioni primarie e universali (come la rabbia, il disgusto, la tristezza, la sorpresa). Questi testi permettono al bambino di cimentarsi con il riconoscimento delle emozioni e a costruire un rudimentale alfabeto emotivo. (LEGGI anche: come aiutare i bambini a esprimere meglio e gestire le emozioni)

Tra gli 8 e i 12 mesi

Tra gli 8 e i 12 mesi i bambini pronunciano le prime parole (di solito “mamma” e “papà”) unendo semplici sillabe (ma-ma, pa-pa) e comprendono diversi termini, tra cui il loro nome. È importante continuare a raccontare e commentare quello che si fa insieme e quello che il bambino indica con il dito. Quando il bambino indica oggetti o eventi, infatti, non lo fa tanto per constatarne la presenza, quanto per condividere il suo interesse e la sua eccitazione con l’adulto.

Il genitore può etichettare gli oggetti con cui il bambino viene a contatto (ad esempio i suoi giocattoli), le varie parti del corpo durante il momento del bagnetto (“questa è la tua manina, questa invece è la mano di mamma”) e, infine, aiutarlo ad esprimere in parole ciò che sente per espandere le sue competenze emotive. I genitori possono continuare a leggere ai loro bambini, scegliendo libri con illustrazioni dai colori decisi, uniformi, dai contorni netti che riproducono oggetti familiari o animali che mamma e papà possono descrivere e inserire in brevi storielle.

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