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Peperoncini al sapore di sfruttamento minorile: la storia dei bambini rarámuri nei campi messicani di jalapeños

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Non mangiare i jalapeños, più di 600 minorenni indigeni rarámuri lavorano in condizioni di semi-schiavitù nei campi messicani di questo peperoncino.

Bambini e bambine hanno il diritto di accedere a un’istruzione di qualità e di svilupparsi attraverso il gioco; tuttavia nel mondo, alcuni di loro vivono in contesti così precari e senza protezione da essere sfruttati e costretti a lavorare. Questo è il caso dei minorenni indigeni rarámuri che nel silenzio totale lavorano nei campi di peperoncini jalapeños e insieme ai loro genitori vivono sotto forme di schiavitù moderna.

Dal 2018, 623 minori – di cui 211 sotto i 15 anni – sono stati individuati nei campi agricoli di Chihuahua grazie a 493 ispezioni, secondo i dati della Segreteria di Stato del Lavoro e della Previdenza Sociale (STPS). Il lavoro minorile è aumentato dell’8% rispetto all’anno precedente, in cui almeno 15 bambini sono morti nei campi.

Secondo un’inchiesta di El País, solo lo scorso settembre una bambina di sei anni è stata investita da un autobus in una fattoria della città di Camargo mentre i suoi genitori stavano raccogliendo i peperoncini, e un altro bambino di tre anni è morto colpito da un guidatore ubriaco ancora non identificato.

“L’hanno investito e non hanno fatto nulla,” racconta il papà Juan con rabbia, che non ha nemmeno avuto modo di vedere il suo piccolo dal momento che solo si è permesso perdere un giorno di lavoro, quello della sepoltura.

Molte delle morti di minori nei raccolti sono causate dagli investimenti d’ auto. Sono in tanti infatti coloro che partono con la macchina senza controllare se ci sono bambini sotto le auto, alla ricerca dell’unica ombra esistente nella torrida Chihuahua. Oltre a questo ci sono anche i colpi di calore causati dalle elevate temperature, come successo a una bambina rarámuri nel 2018.

I campi di jalapeños al posto della scuola

L’anno scorso le autorità di Camargo hanno trovato 24 minori rarámuri che lavoravano nei campi agricoli e solo 18 erano a scuola. L’unica aula mobile per questa popolazione è a 36 chilometri e l’aula fissa più vicina si trova a 250 chilometri. C’è un’altra opzione, una donna del paesino si prende cura dei piccoli per 50 pesos (2 euro) al giorno, un prezzo caritatevole, ma considerando che i lavoratori giornalieri dei campi di jalapeños guadagnano solo dai 150 ai 250 pesos al giorno (da 6 a 10 euro), pagare un quarto della loro misera paga per questo risulta quasi un lusso.

Pur di non lasciare i bambini soli senza essere accuditi in un posto qualsiasi o con i “padroni”, questi lavoratori preferiscono portarli con sé a raccogliere jalapeños. Una volta nei campi, alcuni di loro lavorano fino a 15 ore al giorno sotto la minaccia di licenziamento e senza retribuzione o con salario inferiore al minimo. Durante tutto questo tempo nessuno può fermarsi e si ha la possibilità di alzarsi e guardare in alto solo per svuotare uno dei 20 secchi che, come minimo, devono riempire per guadagnare il loro misero stipendio.

Rarámuri, un popolo dimenticato

Un tempo il sostentamento dei Rarámuris – conosciuti anche come i tarahumara – proveniva dalla raccolta del mais e dei fagioli che piantavano nelle aspre montagne, ma la siccità ha spazzato via tutti i loro raccolti. Molti sono stati costretti a lasciare le loro terre a causa dell’attacco della criminalità organizzata che controlla il disboscamento illegale, la semina di papaveri, la marijuana e l’estrazione mineraria.

Ogni anno circa 30.000 contadini migranti arrivano per la raccolta di jalapeños. La loro bassa statura e le loro mani piccole sono molto “apprezzate”, anche se questa riconoscenza non porta altro che schiavitù.

Gli abusi contro questo popolo indigeno, formato da circa 120.000 membri, non sono una novità. La loro integrazione non è mai stata promossa ed è normale vederli mendicare per le strade delle principali città e mete turistiche del paese. I lavoratori agricoli indigeni nelle regioni povere del Messico centrale e meridionale sono particolarmente vulnerabili al lavoro forzato nel settore agricolo a causa dei bassi livelli di istruzione, delle barriere linguistiche e della discriminazione.

Il prezzo del jalapeño: l’infanzia dei bambini

L’UNICEF nel 2013 ha indicato che circa la metà delle famiglie messicane con lavori instabili che hanno figli minori lavoratori sono indigene; e che questi bambini e bambine contribuiscono per il 41% al reddito familiare. Nello stato di Chihuahua ci sono 42.760 minorenni che lavorano, corrispondenti all’1,9% del totale del paese. Il lavoro forzato e lo sfruttamento minorile nella produzione di peperoncino si verifica principalmente nelle aziende agricole di piccole e medie dimensioni in regioni come Baja California, Chihuahua, Jalisco e San Luis Potosí, e pur essendo un problema conosciuto, si fa poco o niente.

Il Dipartimento per gli Affari Internazionali del lavoro degli Stati Uniti ha incluso nuovamente il peperoncino nella sua ultima lista di alimenti prodotti con il lavoro minorile e con quello forzato, ma inserirlo non basta. Bisogna applicare delle azioni concrete a favore dei bambini e delle comunità indigene. Sebbene lo sfruttamento dei minori nei campi è punibile con la prigione e nonostante siano stati aperti 38 procedimenti sanzionatori nei confronti dei produttori, in nessuno dei casi si è arrivati a una condanna e solo in due casi le autorità statali hanno imposto sanzioni pecuniarie.

Questi piccoli non sono invisibili, esistono e vorrebbero giocare e scambiare i secchi pieni di jalapeños con una vita libera.

Fonte: El País / STPS / DOL

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Comunicatrice sociale specializzata in giornalismo ambientale e terzo settore, un master in Comunicazione Ambientale e uno in Innovazione Sociale. In greenMe ha trovato il suo habitat ideale.
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