Così l’esposizione delle donne incinte agli ftalati rallenta le capacità cognitive dei loro bambini

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L’esposizione prenatale agli ftalati può comportare un rallentamento delle capacità cognitive dei bambini. A dirlo un nuovo studio condotto negli Stati Uniti.

Gli ftalati, e altre sostanze che agiscono come interferenti endocrini o che possono provocare danni all’organismo umano, sono in tantissimi oggetti di uso comune, spesso in mano anche ai bambini. La nostra esposizione è dunque generalmente molto alta e diversi studi stanno iniziando a collegarla ad una serie di problematiche, riscontrate spesso proprio nei più piccoli.

Gli ftalati sono stati associati, tra le altre cose, a neuro comportamenti avversi, ma si sa poco riguardo alla loro influenza sulla cognizione del bambino. Vi avevamo già parlato di uno studio che aveva evidenziato come gli ftalati siano in grado di danneggiare il cervello dei più piccoli.

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Ad un risultato molto simile è arrivata anche una nuova ricerca, condotta da scienziati dell’Università dell’Illinois. Il team, guidato da Susan Schantz, ha analizzato l’esposizione a queste sostanze in fase prenatale, ovvero quello che accadeva se il feto vi entrava in contatto già a partire dalla gravidanza.

Effettivamente è stata individuata una relazione tra ftalati e velocità di elaborazione più lenta delle informazioni, oltre che memoria di riconoscimento più scarsa, nei neonati che vi erano stati maggiormente esposti durante la gravidanza. 

I ricercatori hanno confrontato la presenza di metaboliti di tre ftalati comuni nei campioni di urina raccolti dalle donne incinte con le valutazioni dei neonati, una volta raggiunta l’età di 7 mesi e mezzo.  

È stato utilizzato un metodo consolidato che fornisce informazioni sul ragionamento dei bambini così piccoli, ancora non in grado di esprimersi verbalmente: i neonati in genere guardano più a lungo immagini o eventi non familiari o inaspettati.

Il team ha utilizzato un eye-tracker a infrarossi per seguire lo sguardo di ogni bambino durante diversi test di laboratorio. Con il bambino seduto sulle ginocchia di un caregiver, i ricercatori hanno prima fatto familiarizzare il piccolo con due immagini identiche di un viso poi, dopo che aveva imparato a riconoscerlo, i ricercatori hanno mostrato lo stesso viso accoppiato ad un altro sconosciuto.

“In prove ripetute, la metà dei 244 bambini testati ha visto una serie di volti familiari e l’altra metà ha imparato a riconoscere una serie diversa di volti come familiari. Analizzando il tempo trascorso a guardare i volti, abbiamo potuto determinare sia la velocità con cui i bambini hanno elaborato nuove informazioni sia valutare la loro capacità di prestare attenzione” ha spiegato Susan Schantz, neurotossicologa e professoressa di bioscienze comparate presso l’Università dell’Illinois Urbana.

L’analisi ha collegato una più forte esposizione delle donne incinte alla maggior parte degli ftalati con un’elaborazione più lenta delle informazioni nei loro bambini, ma il risultato dipendeva dalla sostanza chimica specifica, dal sesso del bambino e da quale serie di volti il ​​bambino considerava familiari. I neonati maschi, in particolare, tendevano a elaborare le informazioni più lentamente se le loro madri erano state esposte a concentrazioni più elevate di ftalati, noti proprio come sostanze che interferiscono con gli ormoni androgeni.

Pubblicata sulla rivista Neurotoxicology, la ricerca fa parte dell’Illinois Kids Development Study, che tiene traccia degli effetti delle sostanze chimiche sullo sviluppo fisico e comportamentale dei bambini dalla nascita alla metà dell’infanzia. Giunta al settimo anno, IKIDS ha arruolato centinaia di partecipanti e sta monitorando l’esposizione a diverse sostanze nelle donne incinte e gli esiti sullo sviluppo dei loro figli.

Susan Schantz ha spiegato che:

“IKIDS (…) sta monitorando l’impatto delle esposizioni chimiche prenatali e dello stress psicosociale materno sulla crescita e lo sviluppo dei bambini nel tempo. Misuriamo numerosi esiti alla nascita, compreso il peso alla nascita e l’età gestazionale. Valutiamo anche la cognizione dei bambini studiando il loro comportamento visivo. Questo ci consente di ottenere misure di memoria di lavoro, attenzione e velocità di elaborazione delle informazioni “.

Il problema dell’esposizione a sostanze di sintesi che negli Usa sono note come “chemicals”, sembra ci stia sfuggendo di mano. Nonostante sempre più ricerche mostrino gli effetti dannosi di tali sostanze (e non parliamo solo di ftalati), si sta facendo ancora troppo poco per garantire la nostra salute e in particolare quella dei bambini.

Fonti: University of Illinois / Neurotoxicology

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Francesca Biagioli è una redattrice web che si occupa soprattutto di salute, alimentazione naturale, oli essenziali e fitoterapia, le sue passioni da sempre. Laureata in lettere moderne, con Master in editoria, ha poi virato le sue competenze verso il benessere olistico
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